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«Finchè morte non vi separi» un blog imprudente

(ML) - E' nato un nuovo blog. Si chiama  «Finchè morte non vi separi». Si sottotitola «Contro la violenza nelle relazioni». E' scritto in forma di racconto. Attribuisce connivenza alla vittima ed esprime empatia per il violento. Entrambi complici e solidali, accerchiati e oppressi da un mondo di paternalistici salvatori. Il blog è divulgato su Facebook da Femminismo a Sud (due link per post) e da una rete di pagine collaterali. Ma i contenuti di questo blog sono conciliabili con il femminismo e soprattutto con la lotta alla violenza e al femminicidio? - (ML)

(TK) - Non mi piace dove va a parare: alla fine è sempre colpa delle donne. Non capisco la necessita' in questo momento di mettere in discussione ancora le donne. Un momento in cui, come sempre, gli uomini stentano a farsi carico di loro responsabilita'. Una morta ammazzata circa ogni due, tre giorni dovrebbe scuotere le vostre coscienze. Invece, come è come non è, sono sempre le nostre a contorcersi.

Cosa sarebbero le "idiozie"? Un occhio pesto, una coltellata? Se non ricordo male, uno degli assassini di quest'anno si giustificò dicendo di avere fatto una "cretinata".

Trovo che mettere sullo stesso piano la vittima e l'aggressore sia un errore grave. Come sempre accade nel caso di violenza sulle donne, si finisce per puntare il dito sulle responsabilita' di lei, attenuando la gravita' di ciò che è solo un ignobile reato.


Affrontare il coinvolgimento femminile nelle dinamiche tra generi nella cultura patriarcale, di cui tutti/e siamo intrisi, richiede maggiore attenzione, delicatezza e forse preparazione. Trovo che questo sia davvero un modo grossolano per farlo, direi dannoso. Se a leggere quel blog è una donna in difficolta' che non sa ancora cosa fare, magari si convince a non chiedere aiuto. Per cosa chiedere aiuto? Per essere giudicata e strumentalizzata e ancora vittimizzata poichè messa sotto tutela? Del resto chi sostiene di volerla aiutare lo fa solo per compassione e a condizione che corrisponda al modello di vittima che si è deciso, ancora una volta, di imporle. Al solo scopo poi di utilizzarla per una causa altra, che non riguarda lei, visto che la lotta alla violenza sulle donne non riguarda lei ma eserciti di donne che odiano gli uomini. E se si convincesse che allora non è così sbagliato stare lì? Che è il luogo dove può essere davvero se stessa? Che come la conosce il suo carnefice (che comunque certo non ha tutte le colpe) nessuno mai? Che poi sara' mica un mostro, è una vittima esattamente come lei! Magari non sarebbe male convincerlo a stringere una santa alleanza... parliamone, tra uno schiaffone e l'altro.

Fino a questo momento sappiamo solo che:

  • Chi la pestava non è certo un mostro. E le permetteva di recuperare la sua umanita'.
  • Lei era in qualche modo corresponsabile: è chiaro che prima le piaceva e poi si è stancata. perchè così è. E non c'è asimmetria nei rapporti, se c'è coercizione ha collaborato.
  • Lei era stata carnefice in altre relazioni.
  • Gli unici veri stronzi sono i paternalisti che volevano salvarla da se stessa e dal mostro. 
Di percorsi indipendenti e strumenti di autodifesa indipendenti nessuna traccia.

Queste critiche sono recepite come censura. Ma qui gli unici ad azzittire sono quelli che hanno censurato i commenti negativi su Facebook, nella pagina di Femminismo a Sud. Di autoritario ho visto solo questo. Commentare ciò che si legge ed eventualmente criticarlo, con testi alla mano, non è zittire. Ronde, brutta zoccola, zozza, sentenza di tribunale integralista... naturalmente tutto ciò partendo dal presupposto che tutti 'sti stronzi il problema non lo conoscono e soprattutto non l'hanno vissuto. Per principio. Alla faccia degli integralismi. Ogni commento negativo è ascritto a una non ben definita ortodossia corrente

Il blog è giovane, esiste solo da qualche giorno, certo. Si parte dal personale, bene. Per passare al politico. E quale sarebbe 'sto politico? Lo scopriremo immagino. Fino a questo momento sembrerebbe che il vero punto, il vero problema sia l'ortodossia corrente (argh). Quella che della donna che subisce violenza (fino a finire in un letto di ospedale o al cimitero) vuole fare una vittima... così... perchè così la domina.

Vorrei che mi si indicasse un modo che non equivalga a una scomunica (ma da che?) per poter dire liberamente che quelle cose che leggo non mi piacciono e non mi piacciono unicamente per il significato che hanno rispetto a un problema grave come la violenza sulle donne. Valutazione, la mia, che nasce da mie esperienze direttissime che mi raccontano della difficolta' a riconoscere di essere vittima (perchè è durissimo da ingoiare!) e da quella ancora più grande di chiedere aiuto, per paura di essere giudicate e non comprese.

L'idea che il proprio carnefice sia un killer allevato o assoldato, certamente una vittima, un debole sopraffatto da una cultura che è altro da lui, più di chi sta nel letto dell'ospedale che ha invece le sue complicita' e responsabilita' da riconoscere e "vittima" le sta stretto, non è una grande scoperta, una incredibile verita' svelata da questo svisceramento. Questo è un comune sentire di chi si prende le botte. E che magari non ha la stessa botta di culo di sopravvivere a un'aggressione o la botta di culo che lui non lo fara' più, con lei o con la prossima. E per la verita' un po' anche un comune sentire di chi le da'.

Questo meccanismo va scardinato, non rivendicato. Questo è quello che la mia personalissima esperienza diretta mi porta a dire. Posso dirlo? Dico che ci vuole almeno prudenza nel trattare questo argomento e trovo che molte delle cose scritte non siano prudenti. Chi scrive e pubblica deve essere responsabile degli effetti di ciò che scrive, anche se vanno al di la' di ciò che si era prefissato? Credo che un po' si. Che almeno li prenda in considerazione. Ridurre le obiezioni e le critiche a uno scontro tra ortodossia e dissidenza, lo trovo inutilmente vittimizzante.

Domanda semplice: la violenza è una questione privata o una questione pubblica? A leggerla si direbbe privatissima. Il suo blog potrebbe tranquillamente rititolarsi: "Tra moglie e marito non mettere il dito". Questa è, secondo la mia personalissima esperienza, una delle imprudenze più gravi e pericolose di quel blog. - (TK)


Vedi anche:
Un blog intoccabile - Fanciulle contro Amazzoni (?)



N.B. Il blog «Finché morte non vi separi» non è più accessibile. I suoi post sono stati trasferiti sul blog «Al di là del buco». Questo era l'indice originario. Tra i post trasferiti, mancano però quelli con i quali l'autrice rispondeva alle critiche ricevute da questo blog e da altre fonti, i quali avevano per titolo: Chi ha paura del confronto, L'agente virtuale a tutela della onorabilità dei tutoriRonde virtuali: not in my name!, Ma non era dal personale al politico?  (23.03.2013)

2 Responses to “«Finchè morte non vi separi» un blog imprudente”

  1. Il blog si spaccia per narrazione di fatti realmente accaduti: è molto scorretto, visto che ci sono, a mio avviso, indizi gravi e concordanti - termini che uso per introdurre l'argomento, che non è affatto un diario, una sincera "auto-narrazione", bensì una storia inventata. La narratrice riferisce di una particolare aggressione che la spedisce in ospedale, "in fin di vita". Il nostro ordinamento, il Codice Penale - facilmente reperibile e consultabile - stabilisce che: I reati sidistinguono secondo la loro procedibilità reati perseguibili d’ufficio (con la denuncia d‘ ufficio) o reati perseguibili a querela di parte (con la querela da parte della persona offesa). “
    Molte categorie professionali – fra le quali il personale medico e tecnico-sanitario – devono rispettare, accanto al segreto professionale, anche l’obbligo di denuncia che subentra quando – nell’esercizio della loro funzione – abbiano il sospetto o la certezza di trovarsi di fronte ad un reato perseguibile d’ufficio (art. 331–332 Codice di procedura penale, c.p.p..). Il personale medico ha oltre all’obbligo di denuncia anche l’obbligo di referto (art. 334 c.p.p..), altrimenti incorrono nel reato di omessa denuncia. La denuncia e il referto sono dei mezzi di prova scritta molto importanti nel caso di un processo penale.
    Per alcuni comportamenti violenti che costituiscono reati perseguibili d’ufficio la legge prevede che determinate categorie di persone (pubblici ufficiali, incaricati di un pubblico servizio) che, nell’ esercizio o a causa delle loro funzioni o servizio vengano a conoscenza di questo tipo di reato, devono farne denuncia per iscritto; ciò eventualmente anche contro la volontà della persona offesa dal reato: il procedimento penale sarà lo stesso di quello instaurato con una querela.
    Il personale medico è obbligato – accanto all’obbligo di denuncia – di trasmettere alla procura - nei casi previsti dalla legge - un referto scritto (art. 334 c.p.p..), che indichi la persona, il luogo, l’ora e altre circostanze dell’intervento.
    Articolo 582. Lesione personale. Chiunque cagiona ad alcuno una lesione personale, dalla quale deriva una malattia nel corpo o nella mente, è punito con la reclusione da tre mesi a tre anni.
    Se la malattia ha una durata non superiore ai venti giorni e non concorre alcuna delle circostanze aggravanti previste negli artt. 583 e 585, ad eccezione di quelle indicate nel n. 1 e nell’ultima parte dell’articolo 577, il delitto è punibile a querela della persona offesa (1).
    Aggravanti:
    La lesione personale è grave, e si applica la reclusione da tre a sette anni: 1) se dal fatto deriva una malattia che metta in pericolo la vita della persona offesa, ovvero una malattia o un’incapacità di attendere alle ordinarie occupazioni per un tempo superiore ai quaranta giorni; 2) se il fatto produce l’indebolimento permanente di un senso o di un organo; 3) se la persona offesa è una donna incinta e dal fatto deriva l’acceleramento del parto (1). La lesione personale è gravissima, e si applica la reclusione da sei a dodici anni, se dal fatto deriva: 1) una malattia certamente o probabilmente insanabile; 2) la perdita di un senso; 3) la perdita di un arto, o una mutilazione che renda l’arto inservibile, ovvero la perdita dell’uso di un organo o della capacità di procreare, ovvero una permanente e grave difficoltà della favella; 4) la deformazione, ovvero lo sfregio permanente del viso; 5) l’aborto della persona offesa (1). (1) Numero abrogato dalla L. 22 maggio 1978, n. 194.
    La narratrice sostiene di essersi trovata a dover decidere se procedere con una denuncia: impossibile, almeno in questo paese. Questa signora è straniera? Dove si svolge la vicenda? Sembrerebbe in Italia... Quindi il blog non è una "sincera" autonarrazione. Forse è un "sincero" romanzo, o una "menzognera" autonarrazione, ma non una "sincera autonarrazione".

  2. Grazie per la consulenza :). Sono informazioni interessanti, anche al di là dello svelamento della "sincera narrazione". Menzognera... diciamo creativa.

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