I motivi per cui scrivo e pubblico i miei scritti sono legati al fatto che da quando esiste Internet, si sono diffusi i forum, i blog e i socialnetwork, che hanno permesso anche alle persone comuni, non professioniste della comunicazione, di scrivere e pubblicare i loro testi interagendo con altri. Se ciò costituisca un vantaggio o uno svantaggio ho provato a dirlo qui.

I motivi per cui scrivo spesso su questioni di genere li ho raccontati in questo post. Non ne ho altri. I motivi per cui scrivo non sono legati ad alcun progetto professionale: non voglio diventare giornalista, non voglio scrivere libri.

Non credo in nessun determinismo genetico o biologico. Per me le relazioni umane sono cultura e la cultura può sempre cambiare. Il comportamento può cambiare anche la biologia.

Sono un uomo che simpatizza per il movimento delle donne. Nel farlo mi sento del tutto normale e perfettamente a mio agio. Nè particolare, nè diverso. Sono come qualsiasi altro uomo civile e non sento il bisogno di giustificarmi. A doversi giustificare sono semmai gli indifferenti e i misogini.

Preferisco non attribuirmi definizioni. Ricevo volentieri come fossero complimenti tutte le definizioni della sinistra. La definizione alla quale mi sento più legato è quella che ho maturato da ragazzo e mi ha portato ad aderire al partito comunista. Con ciò intendendo aderire a tutti i movimenti di liberazione. L'operaismo, l'anticolonialismo, il pacifismo, l'ambientalismo, il femminismo, l'antirazzismo. Per l'affermazione dei diritti civili del liberalismo. Dei diritti politici della democrazia. Dei diritti sociali del socialismo. L'insieme di questi tre diritti ho inteso come comunismo. So che non vale per tutti, ma per me vale così.

Sono contrario alle leggi liberticide e repressive. Non considero liberticida o repressivo, l'adeguato perseguimento dei reati e il mettere nelle condizioni di non nuocere le persone socialmente pericolose, secondo il principio della responsabilità individuale.

Riconosco il pluralismo politico e il pluralismo di ogni area politica o culturale. Fino ad un certo punto. Riconosco il pluralismo della sinistra, ma non fino al punto da ammettervi i liberisti. Riconosco il pluralismo della democrazia, ma non fino al punto da ammettervi i fascisti. Riconosco il pluralismo dell'antirazzismo, ma non fino al punto da ammettervi i razzisti. Riconosco il pluralismo del femminismo, ma non fino al punto da ammettervi i maschilisti.

Per stare alle discussioni di questi giorni, non è vero che io «scomunico» chi sostiene il postporno o la regolamentazione della prostituzione. Dissento, ma riconosco la presenza e la legittimità di queste posizioni nell'ambito del femminismo. Ritengo che invece chi va a braccetto (o a prendere il té) con maschilisti, mascolinisti, misogini e cosiddetti «padri separati» si scomunichi da solo (o da sola).

Per dieci anni ho gestito un forum generalista che conteneva un po' di tutto. Anche un'area community. Un archivio di dieci anni a cielo aperto. Vi ho scritto oltre 30 mila post. Alcuni ponderati, altri immediati. Alcuni seri, altri ironici. Ho scritto sicuramente tante sciocchezze. Chiunque può andare a cercarle, ripescarle e rinfacciarmele, per provare a squalificarmi. Ci ha provato oggi Fasse.

In questi ultimi anni non sono cambiato. Ho solo radicalizzato le mie posizioni. Prima mi succedeva di fare la parodia del maschilista. Poi ho smesso di farla. Perchè mi sono reso conto che si tratta di un umorismo molto ambiguo. Perchè gli stessi maschilisti sdoganano i loro umori e pensieri attraverso l'ironia. Diventa molto confuso fare la parodia del burlesque. Come nel caso del sondaggio ripescato da Fasse su indirizzo di Reduan alias Jaspar. Lo stesso che in fondo al topic del sondaggio scrive: «io penso che, vista la risposta di Rod, questo 3d starebbe meglio nella sezione mondo all'incontrario».

di Kalandar - Metaforum.it

Seguendo la polemica ingaggiata da Femminismo a sud/FikaSicula (fas/fks) e Questione maschile  (qm) contro Massimo Lizzi, provo a fare alcune considerazioni su alcune argomentazioni ricorrenti che mi hanno particolarmente colpita.

Un capitombolo logico permette a fas/fks e qm di sostenere che gli episodi di violenza maschile sulle donne sono usati per criminalizzare un intero genere, su base genetica (!) così come succede quando crimini compiuti da immigrati vengono utilizzati per criminalizzare, su base etnica, tutti gli immigrati.

Questa è la rappresentazione di un mondo rovesciato.

L’analogia corretta è esattamente opposta: parlare di violenza maschile contro le donne è come parlare di razzismo, di antisemitismo o di apartheid: è la denuncia di un sistema in cui i “bianchi” o gli “autoctoni” esercitano un potere che li mette in una posizione di dominio, assicurato e perpetuato anche attraverso l’uso della violenza.

In questo caso si oserebbe sostenere che “razzismo degli italiani” è razzista nei confronti degli italiani o che significa attribuire per sangue un’infamia come il razzismo?

Si, osano farlo i razzisti.

Si sta per caso sostenendo che tutti gli italiani o tutti i bianchi sono razzisti e violenti?
No.
Si sta forse sostenendo che non esistono immigrati che delinquono?
No.

E perchè non parliamo di razzismo e violenza di gino e pino, dei singoli individui ma di razzismo bianco o italiano? Stiamo negando la responsabilita’ dei singoli? Stiamo condannando i bianchi tutti e gli italiani tutti, pre-determinandone etnicamente la natura razzista e violenta?
No

Stiamo denunciando una cultura e la violenza da essa giustificata e usata per perpetuare un sistema di dominio (espresso anche attraverso le leggi, il linguaggio, la politica…) che stabilisce, in questo caso si su base etnica, chi sta sopra e chi sta sotto.

Un sistema per cui anche chi non è razzista, per la sua sola appartenenza etnica gode del privilegio di stare sopra.

Un banale esempio è questo: fas e fks sono in aperta polemica con Lizzi, lo insultano pesantemente e ripetutamente, gli negano perfino il diritto ad avere un' opinione su femminismo e violenza di genere poichè uomo e, pare, senza curriculum eppure… eppure, per il solo fatto di essere uomo, a lui spetta di stare sopra.
Lui è un patriarca.
Mentre alle donne che hanno espresso contenuti simili ai suoi o che li hanno condivisi, per il solo fatto di essere donne, tocca di stare sotto.
Sono ancelle, donne mute, fanciulle da salvare ma soprattutto massaggiatrici e pompinare.

Questa cultura, questo sistema di dominio su base sessista è talmente radicato che perfino chi si dichiara femminista (con il curriculum, mica un Lizzi che non si sa chi cazz’è!) attribuisce ruoli sulla sola base dell’appartenenza di genere.


Questo, a mio parere, è un capitombolo analogo. Un capitombolo un po’ furbetto.

Se proprio vogliamo fare un paragone con il conflitto mediorientale, le posizioni di fas e qm seguono la stessa logica di chi, nel fronte filoisraeliano interpretato come tifoseria, delegittima la sacrosanta lotta di liberazione dei palestinesi in nome dei crimini commessi dagli stessi, pretendendo di stabilire una distribuzione di colpe, secondo cui la violenza è esercitata da entrambi i popoli. Così vengono strumentalizzate le vittime civili israeliane per negare la strutturale violazione dei diritti umani che consegue al sistema di dominio di un popolo su un altro popolo.

Questo tipo di tifoseria filoisraeliana, userebbe le stesse argomentazioni di fas e qm, per tacciare fas di antisemitismo, per il solo fatto di avere scritto nella frase qui riportata «israeliani che criminalizzano un intero popolo» o chi dice che gli «israeliani violano i diritti umani dei palestinesi»: questa è criminalizzazione su base etnica, è antisemitismo. tuonerebbero!

Seguendo lo schema di fas e di qm, quando parliamo di occupazione israeliana o violenza israeliana stiamo sostenendo che gli israeliani sono geneticamente occupanti e violenti.

Insomma una stupidaggine che si fa beffe della logica.

Un’altra delle argomentazioni ricorrenti di fas/fks e qm è la presunta innocenza della vittima (in quanto santa e mamma) attribuita dal femminismo (il donnismo, praticamente tutto il femminismo, tranne fas) alle donne. La vittima è assolta, dicono.

E questa è ancora una volta l’argomentazione tipica di chi per esempio taccia di buonismo l’antirazzismo.

O, se vogliamo proprio rimestare nel conflitto mediorientale, è l’argomentazione di chi nasconde le violazioni israeliane dei diritti dei palestinesi e la violenza contro un popolo oppresso, strutturali in un ingiusto sistema che prevede il dominio di un popolo su un altro, con l’asso nella manica della distribuzione delle colpe e la coresponsabilità: vittime e carnefici sono sullo stesso piano, le responsabilità si mescolano, i torti e le ragioni si confondono.

Nessuno è innocente, nelle migliore delle ipotesi. Fino ad arrivare alle tifoserie per cui esiste un vero ribaltamento: le vittime sono carnefici.

Perché per vedersi riconosciuti i più basilari diritti (per esempio quello alla vita e all’incolumità fisica) occorre essere innocenti. È davvero curioso che l’innocenza della vittima divenga argomento di discussione.

No, se le vittime sono donne, in effetti non è così insolito che divenga argomento pertinente l’innocenza della vittima e la sua eventuale coresponsabilita’.

Funzionale a questa confusione, a questo gioco delle tre carte, c’è lo slittamento per cui la violenza di genere non è più la violenza contro uno (o più generi) esercitata all’interno di un preciso sistema, quello patriarcale, che prevede precisi rapporti di potere per cui la posizione dominante è del genere maschile ma diviene un generico concetto di violenza indebitamente attribuita ad un solo genere, quello maschile, come se fosse caratteristica geneticamente determinata.

Ecco, questa che viene chiamata, se capisco bene, ortodossia della violenza maschile è semplicemente una sciocchezza. Non trovo altro modo per definirla.

Un po’ come se parlando di violenza dei bianchi contro i neri si intendesse dire che i neri sono delle Maria Goretti e i bianchi sono geneticamente violenti, razzisti e, gia’ che ci siamo, pure stronzi.

A proposito di beatificazione della vittima ho letto riferimenti a Maria Goretti sia su Abbatto i muri (altro blog di fks) che su qm.

Stiamo parlando di una bimba dodicenne, una bimba che non si è rivolta alla famiglia e non è riuscita a chiedere aiuto quando il suo carnefice tentò di abusarne e la minacciò di ucciderla se avesse parlato.
Addirittura, la piccola Maria, fedele al suo (in quanto donna) ruolo di cura, quando il suo carnefice le chiese di rammendargli i vestiti, non osò rifiutarsi.
Ma ciò che poi, se non erro, le valse la santificazione, fu il suo perdono riservato in punto di morte al suo carnefice.

Maria Goretti credo abbia più a che fare con quella donna narrata da Finchè morte non vi separi e Abbatto i muri (entrambi blog di fks). Quella donna, magari ancora in un letto di ospedale, per esempio con la milza spappolata, a cui è richiesto anche di occuparsi del proprio carnefice, a cominciare dalla sua reputazione, sia mai ne facciano un mostro.

A me invece piace ricordare Franca Viola. Una donna, per quanto giovane, che alla legge fa ricorso, fino a farla cambiare, perché pretende che la legge la tuteli. Puntando il dito contro un sistema intero, contro una cultura di cui anche le leggi sono espressione.
Lei non dice no soltanto al suo carnefice, lei pretende le sia riconosciuto il suo stato di vittima che ha subito un irreparabile danno. E lei dice no ad un intero sistema, a un mondo che non riconosce il suo aguzzino come carnefice.

Quella di Franca Viola è una lezione di autodeterminazione che ancora non abbiamo bene imparato.

Riferimenti:


Per cambiare 'sta benedetta cultura cominciamo ad evitare di chiamare vendetta, rancore, livore e odio la denuncia di un reato. Anche così cambia la percezione di ciò che si subisce.
Questo evviva di Maria Goretti che perdona in punto di morte, ha del surreale.
Smettiamo anche di definire la violenza (quella che ti riduce anche in un letto di ospedale) come una faccenda di relazione. La violenza è violenza ed è un reato. Punto.

Perchè se è vero che un percorso di emancipazione non può essere imposto, favorirlo dovrebbe essere un imperativo, soprattutto se ci si definisce femministe. Queste grossolane confusioni vanno nella direzione opposta.

Occorre fare ordine nella complessita'. Alimentare la confusione è da irresponsabili.

Una volta era il delitto d’onore. Poi è diventato delitto passionale. E’ lo è ancora ai nostri giorni, insieme con il raptus: uomini assassini ciechi d’amore e gelosia che reagiscono ad un abbandono, un tradimento, un rifiuto. Ma comincia a diventare anche femminicidio: uomini assassini con una cultura patriarcale che rifiutano l’autodeterminazione della donna, il suo sottrarsi ad una funzione subalterna, che rompe la relazione o la ricontratta come fosse una persona di pari dignità e non la proprietà di lui.

L'ingresso della parola femminicidio nel linguaggio istituzionale inizia a provocare una reazione, uno sbarramento, che si oppone alla parola e al suo concetto, mentre al tempo stesso gli nega rilevanza sociale. Le uccisioni di donne sarebbero omicidi come tutti gli altri e neanche molti, ma strumentalizzate per secondi fini. Abbiamo letto in tal senso articoli di Marcello Adriano Mazzola e di Fabrizio Tonello sul Fatto Quotidiano, di Valeria Braghieri sul Giornale, di Filippo Facci su Libero. Per non dire di quelli che mi sfuggono.

Oggi è il turno di Angela Azzaro, vicedirettora degli Altri. Il titolo del suo pezzo capeggia in prima pagina e riconosce che la lotta è giusta. Ma lei si concentra sulla parola sbagliata. Sbagliata in quanto portatrice di vittimismo e moralismo. Due ingredienti della violenza. Perchè fanno la donna debole.

Vittimismo e moralismo sono due parole frequenti nel lessico postfemminista e antifemminista. Con la denuncia del vittimismo si vuole esprimere l’opposizione alle leggi che tutelano le donne dalla violenza e dalle molestie, e l’idea che le donne debbano difendersi da sole, fino a proporre corsi di autodifesa. Con la denuncia del moralismo si vuole difendere la donna oggetto o la presunta scelta soggettiva della donna di farsi oggetto. L’ha voluto lei, nessuno l’ha costretta. Perciò, quando leggo queste due parole nei testi relativi al dibattito sulla violenza, divento un po' diffidente.

La vicedirettora degli Altri sostiene che il femminicidio parla di femmine, non di donne, toglie dal banco degli imputati la famiglia e l'identità maschile. Punta l'attenzione non su chi uccide, ma sulla vittima e le converisce la V maiuscola. In verità la parola femminicidio va ad intaccare proprio una certa visione della famiglia e del rapporto uomo/donna, del rapporto di coppia. Finora la violenza è stata resa nell’immaginario come la violenza del maniaco sconosciuto che aggredisce in un parco, in un portone o in un vicolo cieco. Invece i violenti sono soprattutto mariti e fidanzati e poi amici, conoscenti, colleghi. Tutte persone già in relazione con la vittima, che non ne rispettano la volontà e l’autodeterminazione. Femminicidio va a scalzare una lettura tradizionale che assolve la responsabilità dell’aggressore e attribuisce responsabilità alla vittima, va a scalzare espressioni come raptus e delitto passionale. Femminicidio è una parola di origine messicana ed è ormai di uso internazionale. Non tutte le vittime sono adulte. Tutti i delitti si definiscono dal lato della vittima: omicidio, uxoricidio, infanticidio, genocidio. Se non è una vittima con la V maiuscola una morta ammazzata, chi può esserlo?

Il vittimismo, secondo Azzaro, è dato ancora dall’idea di leggi speciali a tutela della donna. Che la ridurrebbero a panda e le toglierebbero autorevolezza sociale. Mentre andrebbero mantenute e applicate meglio le leggi esistenti. Qui occorre una distinzione. Leggi speciali sono quelle che derogano al dettato costituzionale. Sono perciò discutibili sotto il profilo del diritto, perchè violano principi e limitano libertà e diritti. Sono le leggi antiterrorismo e antimafia. O le leggi contro l’immigrazione. Sono discutibili perchè consegnano alle autorità un potere che può diventare più facilmente abusivo. O perchè possono colpire in modo indiscriminato una categoria di persone. I poveri, gli immigrati, i musulmani. O tutte le persone. Ma non si è mai posta la questione che i potenziali beneficiari di queste leggi possano ridursi a panda o vedersi ridotta la propria autorevolezza sociale. Nuove leggi conforme alla Costituzione, sono leggi ordinarie. Una potrebbe essere l’introduzione dell’aggravante di femminicidio. Sarebbe pari a quella già prevista per l’odio razziale. Che nessuno ritiene tolga autorevolezza alle potenziali vittime. Che senso ha avere questo timore proprio per le donne? Le donne sono trasformate in vittime dalla violenza maschile, non dal contrasto alla violenza.

Il vittimismo, per Azzaro è alimentato dal moralismo. Poichè, la presidente della camera, Laura Boldrini ha collegato il tema della violenza a quello della strumentalizzazione della donna nella pubblicità. Su un punto sono d’accordo con Azzaro. Questa strumentalizzazione non riguarda solo l’uso del corpo, ma l’insieme dei ruoli femminili. Nella pubblicità la donna è sempre casalinga o cameriera, oltre che oggetto sessuale. L’ultimo intervento di Laura Boldrini su Repubblica tratta infatti l’insieme di questi ruoli. Dubito invece che ci si debba porre il falso dilemma se sia meglio la donna nuda in auto o la donna che pulisce i cessi. Questione di gusti, ma sono entrambe due funzioni accessorie. Non può essere un traguardo quello di arrivare a rappresentare la migliore serva possibile. C’è un limite anche al migliorismo.

Per nulla d’accordo invece là dove Azzaro fa un singolare parallelo tra la considerazione secondo cui l’uso della donna oggetto come bene sempre disponibile induce alla violenza e l’idea secondo cui la donna che gira con la minigonna provoca la violenza. Una donna che indossa la minigonna e cammina per strada, potrà essere seducente, ma non è una donna oggetto. Non si propone come bene a disposizione. Non fa da muta decorazione nè alla strada, nè alle automobili, nè ad altri prodotti, nè a persone e personaggi ritenuti più esperti e autorevoli di lei. Niente e nessuno la usa. E’ solo una persona che si veste come le pare e se ne va per i fatti suoi. Il punto per quanto riguarda varietà e pubblicità non è, e non è mai stato, il nudo. Ma la sua rappresentazione oggettivata, subalterna, degradante e umiliante. Questo è un giudizio politico sull’uso dei corpi, non moralistico. Nulla c’entra la libertà individuale di veline, ballerine e modelle. Data questa televisione, le donne sfruttano le opportunità che a loro si offrono, è ovvio. Non sono le ragazze ad essere sotto accusa, ma questa televisione, i suoi palinsesti, i suoi autori. Così come a suo tempo Angela Azzaro ha frainteso Lorella Zanardo, oggi fraintende Laura Boldrini.

In compenso, Angela Azzaro non è fraintesa dalla blogger di Abbatto i muri. Fuoriuscita più in ritardo, ma più rapidamente dal femminismo, oggi Eretica/FicaSicula riprende l'articolo degli Altri, che ovviamente condivide molto sui vittimismi e i moralismi, oltre che sulla opposizione alla parola femminicidio. Ma non manca di bacchettare da destra. La violenza non è maschile, ma è prodotta da una cultura veicolata da tutti, vittime comprese e poi non si può criminalizzare un genere e santificarne un altro. Femminicidio è un riduzionismo biologico, che esclude le altre vittime, tra cui le trans. Gli stereotipi pubblicitari riguardano tanto le donne quanto gli uomini. Se c’è lei che pulisce i cessi, c’è pure lui sul macchinone che fa brum brum.

E’ la visione di un mondo astratto dove i rapporti tra i generi sono simmetrici. Dove la violenza è solo il prodotto di una cultura sospesa per aria senza radici materiali, senza essere funzionale ai rapporti di potere tra i generi. E dove gli stereotipi sono speculari. Che uno sia valorizzante e l’altro inferiorizzante, non importa.


Vedi anche:
Sbagliato mietere vittime (Il Ricciocorno schiattoso)
Vittimismo: facciamo chiarezza (Il Ricciocorno schiattoso)
L'attacco alle vittime (Patrizia Romito)

Una donna nera è diventata ministra dell'integrazione. E' stata subito ricoperta di insulti razzisti. Ha proposto la riforma della cittadinanza nel senso dello Ius soli e ha detto che il reato di immigrazione clandestina non dovrebbe esistere. Si sono alzati gli scudi della destra e del M5S, insieme con i richiami alla prudenza di una parte della sinistra. Episodi di cronaca nera con protagoniste persone immigrate sono tornate in primo piano. Complice un delitto efferato compiuto a Milano: Mada Kabobo, ghanese di 31 anni, armato di un piccone, ha ucciso tre persone.

Su Facebook è iniziata a circolare la foto che ritrae affiancati il volto di Cecile Kyenge e quello del «picconatore». Forza Nuova si proclama «unica forza di opposizione contro l'immigrazione» e pubblica manifesti al grido di «l'immigrazione uccide». Mario Borghezio eurodeputato della Lega Nord accusa del delitto «le forze politiche buoniste che vogliono cambiare la legge sulla cittadinanza».

Infine, Beppe Grillo si piazza alla testa di questo corteo mediatico xenofobo con un solo post. Kobobo d'Italia. Il messaggio principale è la faccia sovrastante del «negro», come fosse concepita per coalizzare lombrosiani e razzisti. Poi il titolo che allude a tanti neri come lui, in mezzo ai bianchi come noi. Poi l'elenco di tre delitti, aventi per autore un angolano, un senegalese e il ghanese di cui sopra. 

Domande retoriche sui colpevoli. Nessuno lo è. Due motivi plausibili per le forze dell'ordine (che rischiano la vita nell'arrestare i delinquenti), per la magistratura (che deve sottostare alle leggi). E un motivo implausibile per il parlamento: che ha fatto della sicurezza un voto di scambio elettorale tra destra e sinistra e ha creato le premesse per la nascita del razzismo in Italia. Dunque, al posto della sicurezza abbiamo gli immigrati clandestini (i Kabobo), quindi il razzismo. Alla fine non è neanche colpa di Kabobo. Perchè tanto non sarà punito seriamente. O perchè la responsabilità individuale è degli esseri umani. Se un dobermann aggredisce qualcuno e lo uccide, non ne facciamo una colpa a lui, ma a chi lo ha lasciato incustodito.

La soluzione non è esplicitata, ma soltanto lasciata immaginare: mandare via gli immigrati irregolari. Una soluzione non soltanto ingiusta, perchè corrispondente ad una criminalizzazione indiscriminata, ma assolutamente inapplicabile, come ha già dimostrato l'introduzione del reato di clandestinità. Grillo, mettendosi in competizione con la Lega Nord e con Forza Nuova, inizia a praticare pure lui il peggiore dei voti di scambio. Quello dei partiti xenofobi. Alimenta fobie per ricevere voti. Cosa che ha già cominciato a fare, opponendosi allo Ius soli. Non sarà meno peggio, sarà lo sdoganamento definitivo del razzismo. Pdl e Pd non tarderanno a farci i conti e a farseli tra loro. E' appena alle spalle la stagione dei sindaci sceriffo e delle ordinanze securitarie.

Vedi anche:
Quando la propaganda razzista cavalca una tragedia
La paura dell'uomo nero (Michael Braun)

Su Libero, Filippo Facci si è «veramente rotto di questa cosa del femminicidio». In fondo, non è un problema suo, a parte la rottura di scatole che deve sopportare nel vedere un argomento che non gli interessa affiorare nel dibattito pubblico. Dice che va bene che le associazioni femministe sensibilizzino sul tema. Compito loro, mica suo. Lui già ci sensibilizza sulla sua «rottura». Ma trova idiota l'introduzione dell'aggravante di femminicidio. Prima idiota e poi anticostituzionale - sui giornali della destra la Costituzione viene sempre dopo - in quanto implicherebbe una discriminazione di genere. A danno del sesso degli assassini. Una obiezione intelligente e costituzionale. Come se l'aggravante per odio razziale fosse una discriminazione per i bianchi. In verità, le aggravanti, come le attenuanti, non riguardano l'importanza delle vittime, ma i moventi dei criminali. Facci, pur negando che ciò sia il punto, ricorda che il fenomeno è in costante diminuzione (dato da dimostrare) e che gli uomini muoiono più delle donne (confronto utile, non ad aprire squarci sugli incidenti sul lavoro o sugli incidenti stradali, o su altre cause, ma a chiuderli sulla violenza contro le donne), per poi arrivare al dunque: no a leggi di emergenza, no a pool specializzati, no a braccialetti elettronici. Sui braccialetti elettronici può aver ragione. Sui pool non so. Hanno dato buoni risultati nella lotta alla mafia e alla corruzione politica. Potrebbero darne anche nella lotta alla violenza sulle donne. E' vero che il problema non può essre solo emergenziale. Avvertiamo l'emergenza perchè sappiamo già che alla fine dell'anno conteremo un centinaio di vittime e mentre passano i giorni avvertiamo l'impotenza di prevenirle. La questione è culturale. E richiede che se ne parli, si facciano proposte, si esiga che le istituzioni affrontino il tema. Cioè, l'esatto contrario di chi prende la parola per negare insieme all'emergenza, il problema strutturale.

Anche Fabrizio Tonello sul Fatto Quotidiano fa opera di relativizzazione. Con un piglio più scientifico. Dati (incerti) alla mano. Come il suo collega Marcello Adriano Mazzola. I dati sono tutti sbagliati. Solo quelli dell’Istat e del Ministero dell’Interno sono attendibili. Gli omicidi sono in diminuzione da vent’anni. Non c’è da aver paura dei mariti e dei fidanzati, così come non c’è da averne degli immigrati. E poi il concetto di femminicidio è una esagerazione, un paragone con il genocidio, come a dire che le donne sono uccise come gli ebrei nell’Olocausto. Ma non può essere la stessa cosa, perchè gli ebrei venivano uccisi in quanto ebrei, indifferentemente da ciò che facevano, mentre le donne vengono uccise perchè lasciano i loro ex compagni, ma non tutte e non sempre, ogni volta bisogna indagare il rapporto tra l’assassino e la vittima. In ogni caso, sono appena 75 all’anno in un paese di 60 milioni di abitanti. Dunque, un dato fisiologico. Che però manca di un corrispettivo maschile: 75 uomini ammazzati all'anno per passioni e raptus femminili non si contano.

Ogni cosa paragonata all’Olocausto, perde il confronto. Anche se qualcuno ha dedicato simili articoli pure alla Shoah. Per dire che i dati sono sbagliati, che gli ebrei uccisi sono molto meno di 6 milioni. Per dire che non è vero che gli ebrei sono stati ammazzati in quanto ebrei, o almeno non tutti, non la maggior parte che sarebbe morta di stenti, per fame e sovraffaticamento, come si è sempre morti nei campi di lavoro forzato. Solo pochi campi erano finalizzati allo sterminio. E in verità in principio servivano per isolare gli ebrei da una popolazione antisemita dedita ai pogrom, quindi a proteggerli. E nei forni ci mettevano i cadaveri a scopo di disinfestazione. Le camere a gas non esistevano. E poi, insomma, è stato si un massacro, ma come tutti gli altri. Pellerossa, Aborigeni, Armeni, Kulaki. Ipotizzare la specificità della shoah è una discriminazione a danno di altre vittime meno importanti. Un po’ come l’aggravante di femminicidio. Sono le argomentazioni solite adoperate quando qualcuno vuole negare o relativizzare qualcosa.

Anche nella storia dell’antisemitismo, la shoah è stata un picco tragico estremo e circoscritto nel tempo. Persecuzioni e discriminazioni non sono mai state solo e puramente motivate dalla volontà di colpire l’identità ebraica senza alcun altro motivo, come se nulla contassero, ad esempio, la concorrenza nel commercio e nel prestito di denaro. L’odio razziale allo stato puro non è mai esistito. Si è sempre applicato a qualcosa. Anche i roghi e linciaggi dei neri negli Stati Uniti sono stati soprattutto successivi all'abolizione della schiavitù, contro individui affrancati accusati di aver commesso sgarbi o reati, stupri, furti. E anche oggi i nostri xenofobi si giustificano così: non ce l’ho con gli stranieri per la loro etnia, religione, colore della pelle. Ma perchè rubano, delinquono, ci tolgono il lavoro, ci abbassano il reddito, minacciano la nostra cultura, sporcano, degradano le periferie, violentano le nostre donne, etc. Succede in particolar modo quando gli stranieri alzano la testa per rivendicare diritti. Se la ministra dell'integrazione facesse la badante, nessuno le direbbe «negra, vai a pulire i cessi».

Certo che Michela viene uccisa da Guglielmo, non solo perchè è una donna, ma perchè vuole lasciarlo. Ma perchè non può permettersi di lasciarlo? Perchè è una donna! Così come uno schiavo nero non può permettersi di essere libero, perchè è un nero. E non è solo l’assassino a pensarla così. Tante volte le autorità ricevendo una denuncia si sentono investite del dovere, non di salvare la donna, ma di salvare la coppia, la famiglia, di riconciliare la proprietà con il proprietario. E tante volte i giornali raccontano la storia del delitto pieni di empatia per la sofferenza e la tragedia del proprietario. Tutto questo è parte del femminicidio, insieme con le violenze che la vittima ha dovuto subire prima, o subirà in seguito se scampata al delitto e rimessa insieme al suo aguzzino. Non si tratta di mescolare cose diverse, si tratta di vedere che non c’è soluzione di continuità nella violenza di genere.

La stessa definizione di genocidio comprende questo insieme di cose.

Il 9 dicembre 1948 fu adottata, con la risoluzione 260 A (III), la Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio che, all'articolo II, definisce il genocidio come: Uno dei seguenti atti effettuato con l'intento di distruggere, totalmente o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso in quanto tale: Uccidere membri del gruppo; Causare seri danni fisici o mentali a membri del gruppo; Influenzare deliberatamente le condizioni di vita del gruppo con lo scopo di portare alla sua distruzione fisica totale o parziale; Imporre misure tese a prevenire le nascite all'interno del gruppo; Trasferire forzatamente bambini del gruppo in un altro gruppo.

Fabrizio Tonello direbbe che questa definizione mescola cose diverse. Eppure è la definizione ufficiale da 65 anni.

Questo professore, in parte mi sento di comprenderlo. Ha insegnato negli Stati Uniti ed è stato per molti anni collaboratore del Manifesto. Capisco il suo rilfesso condizionato e avverso alla tolleranza zero di Rudolph Giuliani e alle tante giustificazioni del governo della paura. E penso che la stessa violenza sulle donne debba essere sottratta a questo tipo di strumentalizzazioni, al fine di giustificare strette repressive contro i poveri, i rom, gli immigrati. Ma non si può negare o sminuire la realtà di questa violenza, non si possono paragonare i maschi adulti e bianchi di ogni ceto sociale, compresi i ceti dei redditi medio alti, con tanto di diploma e laurea, agli immigrati. Non si può paragonare un gruppo dominante ad un gruppo dominato. La violenza sessuale è come la violenza mafiosa, non come la microcriminalità immigrata. E non sarebbe accettabile un articolo che ci invitasse a parlare di meno di mafia e di camorra con l’argomento secondo cui delitti e reati sarebbero in diminuzione. Senza le guerre di mafia dei prima anni ‘90, in rapporto a vent’anni fa, in effetti lo sono. Ma l’Istat, fonte attendibile secondo Tonello, ci dice che dal 2010 gli omicidi tendono di nuovo ad aumentare.

Vedi anche:

Lo Ius sanguinis (il diritto del sangue) è adatto per i paesi di emigrazione. Al fine di riconoscere la cittadinanza del paese di origine ai figli dei propri cittadini emigrati all’estero. Lo Ius soli (il diritto del suolo) è adatto per i paesi di immigrazione. Al fine di riconoscere la cittadinanza del paese di accoglienza ai figli delle persone immigrate. L’Italia si è trasformata da paese di emigrazione a paese di immigrazione. Deve perciò adattare la sua legislazione in materia di cittadinanza, assumendo anche lo Ius soli. Pena il formarsi nel paese di una situazione di apartheid che divide le persone in cittadini e non cittadini, con figli di serie A e figli di serie B.

Quanto scrive Grillo sul suo blog è impreciso. In Europa lo Ius soli esiste in Francia, Gran Bretagna, Finlandia, Grecia e Portogallo. Non è «estremamente regolamentato». In Francia ha subito una restrizione dal 1994: chi è nato in territorio francese da genitori stranieri ottiene la cittadinanza francese non più in modo automatico ma se ne fa richiesta, se è vissuto stabilmente sul territorio francese per almeno cinque anni. In Italia invece è necessario aver vissuto in modo stabile e ininterrotto per tutti i 18 anni, con una pausa non superiore ai 6 mesi. Questa norma capestro, Grillo la usa per definire lo Ius soli un «fatto già acquisito». E’ falso che in linea di diritto o di opportunità, modificare questa norma richieda un referendum. Gli esseri umani sono tutti uguali e devono avere gli stessi diritti. La maggioranza non può negare i diritti delle minoranze.

E’ grave l'opposizione di Grillo ai diritti per i nuovi italiani. Che va ad aggiungersi alla xenofobia esplicita o lantente della destra e di una parte della sinistra. La nuova ministra dell’integrazione ha dichiarato di voler conseguire l’approvazione dello Ius soli. Ha fatto seguito l’opposizione del Pdl. L’intervento del presidente del senato Pietro Grasso, che si è messo a predicare prudenza e cautela, in favore di uno Ius soli temperato, pena l’invasione del paese di tante partorienti straniere. Gli insulti fascisti di Forza Nuova contro Cecylie Kyenge.

Su questo tema, Grillo non ha paura di ammucchiarsi ad altri. Lui come altri percepisce un paese xenofobo e pensa solo ad accarezzargli il pelo. Lui come altri dà più importanza ai voti che ai diritti. Lui come altri non ha timore di essere ambiguo, opportunista e schizofrenico. Prima candida Stefano Rodotà alla presidenza della repubblica, il più insigne giurista dei diritti civili. Poi nega il diritto alla cittadinanza ai figli degli immigrati. Eppure, secondo inchieste e sondaggi, otto italiani su dieci sarebbero favorevoli allo Ius soli. La xenofobia, prima ancora che essere una pulsione del paese, è una proiezione interessata di larga parte della classe politica. Anche chi ha paura degli immigrati come realtà astratta - paura suggerita da tanti discorsi razzisti o prudenziali che provengono dai media o dalla politica - non ha paura degli immigrati in carne e ossa, suoi amici, vicini di casa, colleghi di lavoro, compagni di scuola. 

Nel rappresentarci come impauriti e ostili allo straniero, Grillo è uno zombie come i dirigenti del Pdl, della Lega e come i prudentissimi esponenti della sinistra. A partire dal deludentissimo presidente del senato. Anche lui, a fronte della concessione di un elementare diritto, a fronte della nuova realtà dell’immigrazione, ha scelto di parlare il linguaggio del pericolo e della paura, ha scelto di evocare fantasmi. Lo Ius soli puro esiste negli Stati Uniti, nel Canadà e in tutto il continente americano. Nessuno di questi paesi è stato invaso da partorienti. Ma soprattutto, nessuno dei venti ddl presentati in parlamento propongono uno Ius soli senza condizioni. Nè lo ha proposto la nuova ministra dell’integrazione.

Abbiamo un brutto quadro politico. Una destra razzista e corrotta. Una sinistra senza identità e senz’anima. Un nuovo movimento, il M5S, che, superato l’effetto novità, rischia di diventare la sintesi del peggio degli altri due. Non possiamo rassegnarci a scegliere tra questi qui.

Screen shot di messaggi prelevati alla rinfusa da Metaforum o da profili privati di Facebook e presentati come attacchi a freddo, senza senso, fuori contesto. Talvolta bianchettati, manipolati, in modo che il contenuto sembri più grave di quello che è. Senza che siano linkati alle pagine in cui sono stati scritti, per permettere al lettore di comprenderne il significato. Il tutto eseguito da chi lamenta di essere vittima di dossieraggi e di metodi Boffo.

Il dossieraggio è la raccolta di informazioni riservate e scottanti su personaggi in vista, da usare in genere a fini di ricatto. Il metodo Boffo fu il dossieraggio contro il direttore dell'Avvenire. Io, ovviamente, non faccio dossier, faccio rassegne stampa. Uso pubblicamente rassegne di articoli e post. Tutti documenti pubblici, tratti da pagine pubbliche, blog, pubblicazioni online. Scrivo cosa penso di un dato articolo. Cito le frasi che me lo fanno pensare. Indico il link all’articolo integrale. Faccio le mie connessioni, traggo le mie conclusioni. Ma chi mi legge ha tutti gli elementi per verificare e valutare se posso avere torto o ragione. Se per distrazione o comodità espositiva salto o ometto dei riferimenti, sono poi sempre disponibile a precisarli. Se conoscete un metodo più corretto suggeritemelo. Posso sbagliare e anche prendere cantonate. Basta smentirmi e confutarmi. Sentirmi dare del sovradeterminante patriarca del terzo millennio, finora non l'ho trovato un argomento persuasivo.

Definire chi sia FikaSicula (alias Malafemmina, Michela Fervida, Antonella Parentesi, Marina Libertaria, Rossellatdg, Eretica, Laglasnost, più altre che ora dimentico) non è importante ed è impossibile, perchè non la conosco. Posso solo valutare e definire ciò che scrive e pubblica. Se è più coerente con il femminismo o con il maschilismo. Il sottotitolo del suo ultimo blog (Abbatto i muri) ha per presupposto una falsa realtà. Quella della guerra dei sessi. Che deve finire. Nel patriarcato, anche quello edulcorato del mondo occidentale, non c’è una guerra dei sessi. C’è il dominio di un sesso sull’altro. E c’è una lotta di liberazione del movimento delle donne che vuole sottrarsi a questo dominio e affermare parità di diritti e opportunità. L’idea della guerra dei sessi piace molto ai maschilisti, come tutte le idee che nel rapporto tra i sessi affermano una simmetria e negano l’asimmetria. Non c’è una guerra che deve finire. C’è un dominio, una discriminazione che devono finire.

Il fatto che io commenti negativamente o abbia pubblicato commenti negativi sui post di Eretica/FikaSicula, non significa che le neghi il diritto di pubblicare i suoi contenuti. Non lo voglio e anche volendo non ne avrei il potere. E' ovvio che lei può scrivere e pubblicare tutto quello che vuole. Quello che non può fare è sottrarsi alla critica. Cosa che, a giudicare dalle sue repliche o dai suoi attacchi, sembra essere il suo unico scopo. Non discutere, ma sottrarsi ad ogni obiezione. Azzittire chi la contraddice. Usando anche argomenti patetici e sproporzionati come quello secondo cui critiche e polemiche avrebbero effetti devastanti su di lei. Troppa ostentata fragilità per una donna che predica alle altre donne di non essere vittime.

Questo è un altro punto di dissenso. Io non credo che alle donne si possa chiedere di essere o di non essere vittime nelle dinamiche della violenza maschile. Dire che non sono vittime, significa dire che sono corresponsabili. Invece sono vittime, in quanto subiscono un abuso che non meritano e di cui non hanno responsabilità. Corresponsabilizzare le donne nella violenza che subiscono, è un’altra idea estranea al femminismo e cara ai maschilisti.

Come è cara ai maschilisti l’idea che non esista una violenza maschile, perchè questo concetto criminalizzerebbe niente di meno che il dna maschile e porterebbe a considerare la necessità di sterminare tutti i maschi. La violenza sarebbe di tutti contro tutti, agita da una generica e indefinita cultura del possesso. I maschi essendo più muscolosi, farebbero un po’ più danno. Tutto qui. Di conseguenza, il bollettino di guerra dovrebbe calcolare quasi ogni tipo di omicidio e suicidio. Il femminicidio annebbiato dentro una grande nebulosa di violenze d’ogni genere. Se questo non è negazionismo è una relativizzazione molto spinta. Non è vero che il concetto di femminicidio (donna uccisa dall’uomo che la considera di sua proprietà) sia pronunciato da chiunque. Ci sono molti articoli che gli negano validità. Si possono leggere sul Giornale, come sul Fatto Quotidiano. E guarda un po’, usano il linguaggio di Abbatto i muri, dicono che il femminicidio ormai è un brand. Come se la sua negazione invece non lo fosse. Tra i negazionisti, c’è Marcello Adriano Mazzola, un importante sostenitore dell’ultima petizione promossa da Femminismo a sud, con l'argomento che «La violenza di genere non ha sesso».

E’ vero che la divergenza tra noi comincia con il blog «Finché morte non vi separi». Non è tanto lunga da spiegare, posso farlo in sintesi. Mi basta fare un copia incolla da un mio post di allora. Si tratta di un’autonarrazione romanzata (ma presentata come storia vera) di una donna che ha subito violenza e rifiuta lo status di vittima. Il racconto ha le seguenti costanti: 1) la comprensione e l’empatia nei confronti del maschio violento (anche lui è una vittima); 2) la corresponsabilità e codipendenza della donna (lei non è una vittima, perchè è parte attiva nella dinamica, lo cerca, lo provoca, ci ritorna); 3) la delegittimazione di ogni intervento di tutela esterno alla coppia, dalla famiglia originaria, all’ospedale, ai centri antiviolenza (paternalisti e autoritari), 4) la negatività delle donne (ogni personaggio femminile è messo in cattiva luce). Molti post sono taggati nella categoria dell'autoritarismo. In uno di essi, si dice esplicitamente che i figli non devono diventare ostaggio dei parenti della vittima, la loro gestione deve rimanere ai genitori. Quindi, anche al genitore violento. Su «Finché morte non vi separi, segnalo in particolare «Il patto narrativo» ed anche un commento che il Ricciocorno ha scritto sul mio blog.

Ed è pure vero che un altro punto di divergenza sta nell’apertura al dialogo e persino alla collaborazione con i mascolinisti. Femminismo a sud ricorderà di aver contestato ai redattori degli Altri la petizione in favore della libertà di manifestare per i fascisti. Oggi viene contestato a loro o alla loro fondatrice qualcosa di simile. Secondo me, fascisti, razzisti, antisemiti, misogini, sono incompatibili con il dibattito democratico e non possono essere riconosciuti come interlocutori. Eretica/FikaSicula si paragona alla ministra Cecile Kyenge, perchè dice che anche lei vuole «abbattere i muri», ma Cecile kyenge dai razzisti viene insultata, non elogiata. Lei non viene accolta con rispetto dal Ku Klux Klan. Può essere che Eretica/Fikasicula abbia avviato le sue nuove interlocuzioni con tutte le migliori intenzioni, come quei cristiani che alla caduta dell’impero andarono incontro ai barbari invece di rinchiudersi nei monasteri. Ma quei cristiani effettivamente riuscirono a convertire i barbari, non si fecero convertire da loro. Eretica/Fikasicula sembra aver ottenuto il risultato contrario. Ai suoi tanti nickname, potrebbe ormai aggiungere anche questo: Barbara. Se non lo ha già.

L’ambizione di conciliare l’inconciliabile porta a dire ogni cosa e il suo contrario, in modo disgiunto. Giustificandosi con la complessità, perchè tanto complessità e confusione si somigliano. In questo modo si ha sempre ragione. Hai detto questo. Si, ma ho detto anche l’altro. La Pas è uno degli ambiti in cui si esercita questa ambiguità. Da un lato si nega l’esistenza di una sindrome, che ormai è stata negata anche dalla comunità scientifica. Quindi, si nega che una perizia psichiatrica possa diagnosticarla. Ma al tempo stesso si afferma l’esistenza di una alienazione genitoriale, per cui una madre avrebbe comunque il potere di lavare il cervello del figlio e metterlo contro il padre. Non una sindrome psichiatrica, ma una violenza psicologica, che può essere giudicata nei tribunali e quindi da considerare reato. Di fatto la reintroduzione del reato di plagio sui soli minori. O una interpretazione molto estensiva della circonvenzione di incapaci. Secondo me, questo significa essere pro-pas (senza la s). E’ la rilettura della pas in chiave di mobbing genitoriale. Una battaglia portata avanti dalle associazioni dei padri separati, dalle loro nuove compagne, non dalle associazioni femministe. Intanto è successo e continua a succedere che tribunali sentenzino la pas, tolgano i bambini alle madri, li rinchiudano in case famiglie, per sottoporli alla terapia della minaccia. Su questo l'ambi-pas di Abbatto i muri tace o si limita a «non gioire» quando queste sentenze vengono annullate dalla Cassazione.

Non ho mai preteso che Femminismo a sud prendesse le distanze dalla sua fondatrice o da chicchessia. Una volta ho chiesto spiegazioni su come i contenuti tendenzialmente maschilisti di Finchè morte non vi separi, potessero conciliarsi con un collettivo che si definiva femminista. Non ho ricevuto risposte. Pazienza. Quale sia stato il dibattito successivo all’interno del collettivo non posso saperlo, nè capisco perchè, se tutto poteva convivere nella «complessità» Eretica/FikaSicula abbia voluto sceneggiare la sua morte e autoesiliarsi su Abbatto i muri. Secondo me, invece di tutto questo sarebbe stato più pratico provare a dare una risposta. Curioso il desiderio di essere lasciati in pace. Al tal fine, è più opportuno scrivere diari privati che non blog ad ampia diffusione, sostenuti da decine di pagine collaterali su Facebook. Ovvio chi ha più voce e mezzi, subisca anche più contraddittorio.

Lo screen shot in cui compare Fabri Fibra è di un mio post. A parte la dubbia correttezza di prelevare e pubblicare ciò che miei amici ed io scriviamo sulla mia bacheca, il post è completamente travisato. Ovvio che cacciatrice di streghe non può essere Eretica/FikaSikula. Lei ha qualificato la protesta contro la partecipazione di Fabri Fibra al primo maggio come «caccia alle streghe». A protestare sono state anche Michela Murgia e Loredana Lipperini. Eretica/Fikasicula ha pubblicamente vantato una citazione nell’ultimo libro di Michela Murgia e Loredana Lipperini (complimenti). Ne ho ironicamente dedotto, che Eretica/FikaSicula è stata citata da due «cacciatrici di streghe». Non capisco invece quale pertinenza possa avere lo screen shot del post di Metaforum. Una mia amica mi dice di non sapere che esistesse su Facebook la pagina di Metaforum. Le rispondo che la usiamo poco e in effetti potremmo usarla di più. E’ vero. E’ allora?

Non mi pronuncio sul commento relativo alla petizione, salvo notare la contraddizione tra il volersi battere contro le censure e i tutori autoritari e poi annunciare querela per un commento in un blog. Ritengo anche che un post pubblicato sia come una carta messa sul tavolo e che una volta messa non si possano cambiare le carte in tavola, sostituendo un post con un altro, senza spiegare nulla. Il post intitolato «Querela» è stato sostituito con il post «Movimenti violenti» e il successivo post «Io non querelo» è stato sostituito con il post «Non c’è nulla da chiarire». Trovo questo modo di procedere poco serio. Così come trovo poco serio prendere l’affermazione di una persona e generalizzarla ad un intero fronte critico. Salvo diverso titolo di rappresentanza, ciascuno parla per sè.

La petizione promossa dai tre blog di Eretica, magari merita un post a sè. Sui motivi per non firmare questa petizione consiglio di leggere «Perchè io non firmerò la petizione». Io non l’ho firmata perchè ricalca la stessa filosofia di «Finché morte non vi separi». La violenza è di tutti contro tutti, rappresentata come un problema relazionale, conseguente ad una generica e indefinita «cultura del possesso», che necessità di una mediazione, dando per scontato che non sia nè efficace, nè giusto perseguire gli stalker. L’idea della mediazione mi pare coerente proprio con la «cultura del possesso». Per cui è necessario convincere il proprietario a dismettere la proprietà, poichè lo stato è impotente nel garantire protezione alla potenziale vittima. L’adesione del MFPG (le nuove compagne dei padri separati) indica bene che i contenuti della petizione sono conformi alle finalità di questa associazione e non delle associazioni femministe, che hanno promosso invece altre petizioni. No More e Ferite a morte.

In conclusione, il mio non è e non vuole essere un blog contro una persona. Citata in poco meno di una decina di post su circa 250. Io non faccio questioni personali, soprattutto non ne faccio con persone che non conosco. Faccio questioni politiche. Sono contro le ideologie e le culture di destra. Compreso il maschilismo. Sono sfavorevole al post femminismo che con il maschilismo spesso va a convergere quasi in alleanza contro il femminismo marxista e radicale. Quello nel quale io mi riconosco. Polemizzo contro chi interpreta quelle ideologie, quelle culture, senza acrimonia personale, ma senza sconti. Non ho e non voglio avere nessun potere di scomunica. Penso che il partito comunista cinese non sia comunista bensì nazionalcapitalista. Non è una scomunica, è una opinione. Penso che il PD non sia di sinistra e che in particolare non lo siano i suoi esponenti liberisti. Non è una scomunica, è una opinione. Penso che le post femministe non siano femministe. Non è una scomunica è una opinione. Penso che anche FaS e AiM non siano femministi. Se FaS lo è stata, oggi non lo è più. E’ solo la mia opinione. Non c’è motivo che Eretica ne soffra. In compenso, l'identità femminista le è riconosciuta sullo Stormfront dei misogini. Anche se le viene negata la precedenza tra i nemici da demolire. Quella tocca alle donniste. A proposito, da chi hanno imparato a dire donnismo? Chi ha proposto loro, questo nemico comune?

Divieto di acquisto del sesso e fine della tratta: la legge svedese sulla prostituzione
Max Waltman* - Michigan Journal of International Law, Vol. 33, pp. 133-157, 2011 - (Traduzione di Maria Rossi)

Introduzione

Al simposio su "Successi ed insuccessi delle leggi sulla tratta internazionale degli esseri umani", svoltosi alla Facoltà di Giurisprudenza dell'Università del Michigan nel febbraio 2011, ho affrontato il tema delle leggi sulla tratta internazionale a scopo di sfruttamento sessuale, in particolare della legge svedese che vieta l'acquisto di sesso e, contemporaneamente, depenalizza la persona prostituita. Invitato ad affrontare il tema della tratta, sono stato sorpreso dal titolo assegnato alla mia relazione: «Sequestrata, venduta all'estero: la tratta a scopo sessuale nella comunità internazionale». Questa sorpresa è stata determinata dal fatto che nel più recente documento dell'ONU che definisce la tratta, il cosiddetto Protocollo di Palermo, in nessun punto compare il termine "sequestro di persona". Tuttavia, ai sensi del Protocollo, la tratta può essere: "il reclutamento, trasporto, trasferimento, l'ospitare o accogliere persone, tramite l'impiego o la minaccia di impiego della forza o di altre forme di coercizione, di rapimento, frode, inganno, abuso di potere o di una posizione di vulnerabilità [...] a scopo di sfruttamento ". Il consenso di una vittima della tratta di persone allo sfruttamento è irrilevante.
Ora, la definizione di tratta non coincide con quella di sequestro di persona, che, secondo la legge degli Stati Uniti, si verifica quando, nell'ambito della giurisdizione federale, qualcuno "illegalmente ghermisce, rinchiude, adesca, seduce, rapisce, o porta lontano e tiene in ostaggio a scopo di estorsione o di riscatto o a qualsiasi altro scopo una persona". In contrasto con questa definizione di sequestro di persona, che in genere comporta l'uso della forza fisica, la tratta si può verificare quando qualcuno abusa della posizione vulnerabile di una persona a scopo di sfruttamento sessuale. Poiché la maggior parte delle persone che si prostituiscono sono soggette al trattamento indicato nel Protocollo di Palermo, che, in realtà, descrive come lo sfruttamento viene comunemente attuato, il Relatore ufficiale delle Nazioni Unite sulla tratta (2004-2008) ritiene che la prostituzione sia in generale una forma di tratta:

In genere, la prostituzione, come è effettivamente praticata nel mondo, presenta, di solito, i caratteri della tratta. E' raro trovare un caso nel quale il percorso verso la prostituzione e/o le esperienze di una persona con la prostituzione non includano, almeno, un abuso di potere e/o un abuso della sua posizione vulnerabile. Potere e vulnerabilità in questo contesto devono essere intesi come inclusivi delle disparità di potere basate sul genere, sulla razza, sull'etnia e sulla povertà. Più semplicemente, il percorso verso la prostituzione e verso questa vita è raramente contrassegnato dall'autodeterminazione e dalla presenza di adeguate opzioni.
Anche se alcune persone che sono vittime della tratta a scopo di sfruttamento sessuale vengono sequestrate, la tratta è, più spesso, come suggerito di seguito nella Prima parte, un problema di diseguaglianza sociale, piuttosto che un problema di sequestro di persona ed è così collegata alla prostituzione. Inoltre, questo saggio vuole illustrare come la legge svedese contro l'acquisto di sesso promulgata nel gennaio 1999 sia fondata su una considerazione affine dello sfruttamento sessuale e della diseguaglianza sociale. La legge svedese punisce soltanto chi compra la persona prostituita, non chi è acquistata: " Una persona che....si procura un rapporto sessuale occasionale a pagamento è sanzionata per l' acquisto di prestazioni sessuali con una multa o con la reclusione per un anno al massimo". Dal gennaio del 1999 al luglio del 2011, la sanzione penale massima è stata la reclusione per un massimo di sei mesi. Prima della promulgazione di questa legge, non era sanzionato penalmente né l'acquisto di sesso da adulti, né l'esercizio della prostituzione, ma lo era il prossenetismo. Tra parentesi, le leggi che vietano la pornografia, così come quelle che contengono disposizioni legali per evitare la diffusione di malattie contagiose, o che prevedono l'assistenza obbligatoria dei giovani o dei tossicodipendenti, potrebbero, al momento opportuno, essere applicate al contesto della prostituzione.
Questo saggio valuta, offrendo suggerimenti per ulteriori miglioramenti, la potenzialità della legge svedese contro l'acquisto di sesso, considerandola come una risposta razionale da parte degli Stati firmatari del Protocollo di Palermo. Esso mira a selezionare alcune delle affermazioni contrastanti e delle informazioni sbagliate relative alle motivazioni che sottendono la legge e vuole documentare l'impatto della legge e alcuni degli ostacoli posti alla sua applicazione giudiziaria. La prima parte del saggio inquadra la storia legislativa della legge svedese nel contesto della conoscenza della prostituzione in Svezia e altrove prima e dopo la promulgazione della legge, inclusa la valutazione dei presupposti dell'ingresso nella prostituzione, delle condizioni di esercizio e delle possibilità di uscita da parte delle persone prostituite. La seconda parte vuole valutare l'impatto della legge dopo la sua introduzione, includendo le valutazioni al riguardo dei paesi vicini e di altre rilevanti autorità. La terza parte prende di mira alcune preconcette informazioni sbagliate che si trovano comunemente nelle discussioni relative alla legge. Infine, la quarta parte tratta degli ostacoli attuali all'implementazione effettiva della legge, ponendo particolare attenzione all'interpretazione giudiziaria e all'applicazione della legge. Come sarà successivamente illustrato, l'esperienza acquisita dopo l'approvazione della legge svedese suggerisce che qualsiasi approccio efficace di lotta alla tratta a scopo di sfruttamento sessuale deve anche ridurre la prostituzione e la sua richiesta. Questo approccio è già racchiuso nel diritto internazionale, nel Protocollo di Palermo che afferma che: "Gli Stati Parti adottano o potenziano le misure legislative o di altro tipo, [..]per scoraggiare la richiesta che incrementa tutte le forme di sfruttamento delle persone, specialmente donne e bambini, che porta alla tratta".


I. Prostituzione e legge svedese: un'analisi storica e comparativa

Prima che fosse introdotta la legge svedese che vieta l'acquisto di sesso, erano stati compiuti alcuni tentativi, relativamente poco conosciuti, di criminalizzare i clienti; tentativi che all'epoca non avevano prodotto risultati. Alcuni di questi tentativi hanno costituito il fondamento dell'uguaglianza di genere che ha fatto capire che acquistare donne per far sesso costituisce una forma di sfruttamento. Le risposte contenute in un rapporto del governo del 1981, ad esempio, sostenevano effettivamente che la prostituzione "sarebbe scomparsa se non ci fosse stata la domanda" e che una legge contro i clienti "avrebbe aumentato la parità tra i sessi e avrebbe impedito lo sfruttamento eccessivo delle donne socialmente svantaggiate". L'idea non ebbe seguito fino a che, nel 1990, non fu appoggiata dall'avvocata americana Catharine A. MacKinnon in un discorso tenuto assieme alla scrittrice Andrea Dworkin, organizzato dall'associazione Swedish Organization for Women’s and Girls’ Shelters (ROKS) [Organizzazione Svedese dei rifugi per donne e ragazze], la cui prima presidentessa Ebon Kram, in modo indipendente, sostenne pubblicamente che la disuguaglianza di genere e la subordinazione sessuale non potevano essere realmente combattute se si presumeva già realizzata una simmetria tra i generi empiricamente inesistente. Perciò - ella argomentò - in un mondo fondato sulla diseguaglianza, è necessaria una legge contro gli uomini che comprano le donne, non contro le persone, specialmente donne, che vengono acquistate per uso sessuale e che, quindi, "ponga fine alla prostituzione, ponendo fine alla domanda; in tal modo la parità sessuale verrebbe sancita dalla legge". L' Organizzazione Svedese dei rifugi per donne e ragazze tenne periodici incontri annuali con i membri del Parlamento svedese nel 1992, nel 1994 e nel 1995, nei quali proponeva la criminalizzazione dei clienti della prostituzione.
Dopo anni di sforzi concertati per diffondere questa teoria, nel 1998 il Parlamento svedese approvò un disegno di legge omnibus sulla violenza maschile contro le donne che inquadrava la prostituzione e la nuova legge nel contesto della diseguaglianza tra i sessi, piuttosto che - come era comune in tutto il mondo - tra i reati contro la morale, il decoro o l'ordine pubblico. Il disegno di legge dichiarava che la prostituzione e la violenza contro le donne "erano collegate. La violenza degli uomini contro le donne non era consonante con l'aspirazione a una società fondata sulla parità tra i sessi... In tale società è altresì indegno e inaccettabile che gli uomini facciano sesso occasionale con le donne dietro compenso in denaro". Inoltre, si riconobbe che le donne prostituite avevano subito privazioni nell'infanzia, erano state trascurate, non avevano potuto sviluppare un senso di autostima; analogamente si sottolineò come vi fosse uno stretto rapporto tra abusi sessuali subiti nell'infanzia e prostituzione.
Prove schiaccianti relative ad un ampio spettro di paesi supportano la conclusione del parlamento svedese, secondo cui la maggioranza delle persone prostituite ha subito abusi sessuali nell'infanzia. In conseguenza di ciò, molte fuggono da casa o diventano persone senza fissa dimora, che vivono effettivamente in strada e subiscono un intenso sfruttamento da clienti privi di scrupoli. Comune è l'ingresso nella prostituzione in età precoce. Il 47% delle 751 persone che si prostituiscono in nove Paesi ha riferito di essere entrata nella prostituzione prima di aver compiuto 18 anni. Il 62% di un campione di 200 donne di San Francisco, minorenni e maggiorenni, che si prostituiscono o si sono prostituite nel passato ha fatto il suo ingresso nella prostituzione prima di aver compiuto 16 anni e un certo numero di donne prima di aver compiuto 9, 10, 11 o 12 anni. Questa non è un'età in cui si ha l'autonomia e il potere di scegliere la direzione da imprimere alla propria vita. Inoltre, poiché gli abusi e la negligenza nei confronti dei bambini possono spezzare la loro capacità di resistenza e ridurre le loro opportunità, altri saranno in grado di abusare della loro vulnerabilità di adulti che si prostituiscono. Ciò era così evidente tra le 200 donne minorenni e maggiorenni di San Francisco, che il 70% di quelle che erano state sessualmente abusate nell'infanzia riferì apertamente che gli abusi sessuali avevano esercitato un'influenza sul loro ingresso nella prostituzione, mentre un numero ancora maggiore riferì la stessa cosa in un questionario a risposte aperte. Nel 1995, un rapporto del governo svedese, che fa parte della storia giuridica della legge, ha avvalorato queste conclusioni, confrontandole con quelle cui erano giunti medici e altri lavoratori di Göteborg.
Il numero di bambini sfruttati sessualmente in Svezia è, purtroppo, ancora "significativo", secondo il rapporto del governo del 2004. Analogamente, anche le nuove scoperte relative alle giovani adulte che si prostituiscono nell'area di Göteborg confermano lo stretto collegamento con le precedenti esperienze di abusi sessuali infantili, di abbandono e con il fatto di essere senza fissa dimora, conclusioni ulteriormente avvalorate da un'inchiesta nazionale rappresentativa sui giovani (che include gays, lesbiche, bisessuali e transessuali) che aggiunge i fattori socioeconomici e la nazionalità come elementi predisponenti l'ingresso nella prostituzione. Inoltre, come il Consiglio Nazionale Svedese per la prevenzione del crimine ha recentemente scoperto, la povertà e la discriminazione sono due fattori strutturali chiave dell'essere vittima di tratta in Svezia, in Finlandia e in Estonia. Molte donne e ragazze appartengono a gruppi minoritari, come la minoranza baltica che parla il russo o i Rom nell'Europa Orientale e "la maggioranza è di bassa estrazione sociale". Molte erano madri single e disoccupate. Questi fattori, e non l'essere stata sequestrata, spiegano perché esse siano entrate nella prostituzione.
Per quanto concerne le esperienze traumatiche, uno studio di Melissa Farley ed altri, condotto in nove Paesi, ha scoperto che il 68% di 840 persone prostituite soddisfa i criteri clinici per la diagnosi di Sindrome da Stress Post-traumatico e l'intensità dei sintomi è uguale o superiore a quella riscontrata nei veterani del Vietnam che richiedono un trattamento, nelle donne maltrattate che cercano riparo nei centri anti-violenza, nei rifugiati in fuga dalla tortura organizzata dallo Stato, e ciò indipendentemente dal fatto che la prostituzione sia legalizzata o criminalizzata, e indipendentemente dal fatto che la prostituzione sia esercitata al chiuso, nei bordelli, o in strada, nei Paesi in via di sviluppo o, al contrario, nei Paesi industrializzati. I professionisti che si occupano dei traumi e del recupero delle donne prostituite in Svezia attestano che ciò che accomuna tutte le donne che incontrano sono: " le severe reazioni di stress post-traumatico che si manifestano nelle forme di gravi disturbi mentali come insonnia severa e disturbi di concentrazione, ansia e ricorrenti attacchi di panico, grave depressione, severe reazioni anoressiche, comportamenti autodistruttivi combinati con estese dissociazioni, problemi di controllo degli impulsi e manifesta o latente ideazione suicidaria". Inoltre, mettendo in discussione la posizione recentemente espressa nel caso Bedford versus Canada, in Ontario, secondo la quale la sindrome da stress post-traumatico "potrebbe essere causata da eventi non correlati alla prostituzione", nel 2009 uno studio coreano che ha coinvolto 46 persone che in passato avevano esercitato la prostituzione al chiuso e un gruppo di controllo ha dimostrato che la prostituzione era strettamente correlata alla sindrome da stress post-traumatico, anche quando erano stati controllati gli effetti di eventuali abusi infantili.
Ciò non sorprende; è ben noto e ben documentato che sfruttatori e clienti comunemente usano minacce e violenza. Per esempio, il 70% delle donne prostituite di San Francisco hanno riferito di essere state stuprate o di essere state vittimizzate "al di là del contratto di prostituzione" in media 31,3 volte; l'84% di un gruppo di 55 sopravvissute alla prostituzione che ha partecipato ad un progetto a Portland, in Oregon, ha subito aggressioni aggravate in media 103 volte all'anno; il 78% ha subito stupri 49 volte in un anno e il 53% ha subito torture sessuali più di una volta alla settimana, spesso filmate o fotografate a scopi pornografici. Infatti, in uno studio relativo a nove Paesi, il 49% delle 749 persone intervistate ha riferito di essere stata usata nella pornografia e ha riportato una diagnosi di sindrome da stress post traumatico con "sintomi decisamente più severi" rispetto a quelli riportati da donne che hanno dichiarato di non essere state usate nell'ambito della pornografia, suggerendo come la prostituzione nell'ambito della pornografia sia particolarmente violenta. Testimoni indipendenti di casi svedesi di lenocinio e di tratta confermano purtroppo il carattere abusante della prostituzione, con le loro attestazioni di pestaggi giornalieri, stupri di gruppo o torture. Anche un singolo cliente o sfruttatore che non infligge danni tanto gravi, contribuisce nondimeno ad accrescere il danno, sfruttando una persona che è già gravemente traumatizzata (incluso il caso in cui l'abuso sia stato perpetrato principalmente durante l'infanzia). Al fine di dare adeguatamente conto di tale danno, la diagnosi di sindrome da stress post-traumatico fornisce uno strumento di particolare rilievo nella fase delle indagini preliminari e della raccolta delle prove. Come è stato fatto recentemente in Gran Bretagna in una serie di casi di tratta, gli avvocati dei querelanti hanno presentato una diagnosi di sindrome da stress post-traumatico delle persone prostituite, seguita da ulteriori richieste di informazioni circa la loro sofferenza e la loro situazione per la valutazione dei danni subiti. L'uso di questa documentazione fornisce una prova convincente del fatto che clienti e sfruttatori hanno contribuito a causare la sofferenza e pertanto devono risarcire i danni.
Purtroppo, molti casi svedesi che coinvolgono sfruttatori non approdano all'imputazione formale o alla condanna per tratta, stupro, aggressione o privazione illegale della libertà, anche quando tali crimini sono stati realmente commessi; invece, questi reati sono perseguiti con minore severità dalle norme sul lenocinio, facendo credere che le persone che si prostituiscono siano uguali dinanzi alla legge.
Nondimeno, il rapporto del Governo svedese del 1995 aveva già osservato che la violenza, l'abuso, e la coercizione erano frequenti nella prostituzione:

E' usuale che le donne, nel mercato del sesso, siano soggette a varie forme di violenza come gli abusi fisici e gli stupri. Alcuni clienti concepiscono la situazione in modo tale per cui, avendola pagata, ritengono di avere il diritto di trattare la donna come vogliono. Il cliente pensa di aver ....anche comprato il diritto della donna ad un umano e dignitoso trattamento.
In conformità con queste osservazioni, studi più recenti hanno dimostrato che molti clienti percepiscono il pagamento come il diritto di richiedere qualsiasi atto per il quale stanno pagando, altrettante evidenze che documentano il danno e il trauma provocato dallo sfruttamento commerciale del sesso. Tale trattamento è possibile perché la prostituzione di solito implica un enorme squilibrio di potere ai danni della persona prostituita, spesso semplicemente a causa della situazione disperata che determina il suo ingresso nella prostituzione, dalla quale le impedisce di uscire. Il rapporto del 1995 del governo svedese riportava l'esempio di un club che vendeva film pornografici e che aveva prodotto i propri video in uno scantinato, nel quale qualsiasi uomo invitato poteva far sesso con una donna per circa 10 dollari. Una donna di 20 anni con un gran bisogno di soldi era stata sottoposta a due sessioni di "allenamento", nelle quali era stata penetrata ogni volta da più uomini. La ragazza aveva dovuto effettuare la performance sessuale per meno di 100 dollari. Dopo le prime due sessioni, lei stessa aveva calcolato di aver servito più di 10 uomini di una lunga fila, con rapporti vaginali e orali e un imprevisto rapporto anale. La polizia a quel tempo aveva condotto indagini su gravi denunce e testimonianze simili, concordanti con il rapporto del governo svedese del 1995, che affermava inoltre che la ragazza "era stata molto male a causa di quello che le era successo" e che non l'aveva fatto che per ottenere la paga promessa.
Allo stesso modo, la legalizzazione non prende di mira lo squilibrio di potere tra il cliente e la donna che si prostituisce, e, tra l'altro, non riduce la richiesta di sesso non sicuro o ad alto rischio. Nello Stato di Vittoria, in Australia, la legalizzazione rappresenta piuttosto un incentivo alla concorrenza e all'accrescimento delle richieste che le donne soddisfano con pratiche non sicure o ad alto rischio e rappresenta un'induzione ad accettare clienti indesiderati. Proprio per questo, nel corso di tre anni di interviste per una ricerca in Nevada (dove la prostituzione è legale in diverse contee), Melissa Farley ha raccolto una serie di racconti nei quali le donne venivano licenziate dai bordelli legali dopo aver ricevuto il risultato positivo di un test per stabilire il contagio da HIV, mentre i bordelli apparivano disinteressati alle condizioni di vita e alla salute delle donne. Questo è prevedibile, considerando il fatto che il denaro dei clienti - e non le donne o le loro scelte - guida il business. Questa è la diseguaglianza. Alcuni studiosi e la maggior parte dei tribunali, così come la struttura delle leggi vigenti nella maggior parte dei Paesi, non percepiscono adeguatamente questa diseguaglianza. La sentenza Bedford v. Canada sembra aver fallito a questo riguardo, invalidando una disposizione contraria al fatto di "vivere dei proventi" della prostituzione, che era applicata contro i protettori e contro i trafficanti. Il risultato è che tale coinvolgimento di terzi, senza ulteriori precisazioni, è essenzialmente considerato un vantaggio per la sicurezza delle persone che si prostituiscono, anziché essere concepito come uno sfruttamento, come il lenocinio e la tratta in effetti sono. Anche le donne prostituite che non sono sfruttate dai protettori incontrano spesso difficoltà economiche che le costringono a rimanere nella prostituzione, rimanendo così sfruttate. Una donna intervistata nel 1995 per la redazione del rapporto del governo svedese dichiarò di essere prostituta da 25 anni e sostenne di aver potuto scegliere con attenzione i suoi clienti; tuttavia, disse che, più di qualsiasi altra cosa, avrebbe voluto abbandonare la prostituzione, ma non poteva:

Il problema è che non posso frequentare scuole, corsi o trovare un altro posto di lavoro. Non ho un diploma e non posso spiegare che cosa ho fatto in questi anni. Sono angosciata per il futuro. E' troppo tardi per cambiare vita. Tuttavia, ho paura di rimanere bloccata nella prostituzione. Non riesco ad immaginare di restarvi fino ai 50-60 anni. Per me ora è opprimente ed è faticoso fare la passeggiatrice. E' gravoso stare qui.
Pertanto, se i clienti possono comprare le persone e gli sfruttatori possono venderle, ma le stesse persone non possono andarsene (come esplicitamente riferito dall'89% di 785 persone in nove Paesi), allora, in accordo con la Convenzione sulla schiavitù, queste persone sembrano essere in "uno stato o condizione....nella quale sono esercitati [nei loro confronti] gli attributi del diritto di proprietà o taluni di essi". Senza dubbio, tutte le persone che si prostituiscono si trovano in una posizione di vulnerabilità che le note interpretative del Protocollo di Palermo definiscono come "una situazione nella quale la persona coinvolta non ha una reale e accettabile alternativa, ma è assoggettata ad un determinato abuso". Lo sfruttamento delle persone, in assenza di alternative, è la ragione per cui, in risposta alle richieste di criminalizzare le persone che si prostituiscono, nel 1998 il legislatore svedese concluse che "non è ragionevole criminalizzare anche chi, almeno nella maggior parte dei casi, è la parte più debole e sfruttata da altri che vogliono soddisfare il proprio desiderio sessuale". Riconoscendo il chiaro nesso tra prostituzione e tratta - la realtà della prostituzione "di solito presenta i caratteri della tratta" - diventa evidente che, per porre fine alla tratta, deve cessare anche la prostituzione. La domanda, allora, è: la legge svedese ha avuto successo?


II. L'impatto della legislazione svedese

Nel 1995 il governo stimava che vi fossero approssimativamente dalle 2500 alle 3000 donne prostituite in Svezia, 650 delle quali praticavano nelle strade. Per contro, uno studio pubblicato nel 2008 ha stimato in circa 300 il numero delle donne che si prostituiscono in strada, mentre sono state individuate 300 donne e 50 uomini che esercitano la prostituzione avvalendosi di annunci in rete. Metodi simili di calcolo sono stati adottati in Danimarca, dove l'acquisto di sesso è legale. Benché la Danimarca abbia 5,6 milioni di abitanti, mentre la Svezia ne ha 9,4, le persone prostituite svedesi sono circa un decimo delle danesi. Le stime suggeriscono che circa 5567 persone esercitano in modo visibile la prostituzione in Danimarca, 1415 delle quali la praticano nelle strade. Un'organizzazione non governativa danese ha affermato che il numero delle prostitute di strada è stato sovradimensionato, ma anche senza considerare le prostitute di strada, la differenza tra la Svezia e la Danimarca, relativamente alle persone che si prostituiscono, è stupefacente. Sulla base di un metodo di calcolo simile, in Norvegia (4,9 milioni di abitanti) vi erano 2654 donne che si prostituivano, 1157 delle quali in strada nel 2007, quando l'acquisto di sesso era ancora legale, oltre otto volte di più rispetto alla Svezia. Anche se le cifre dei Paesi Nordici non fossero esatte, come stime comparative sono più che sufficienti.
Secondo le Organizzazioni non governative e le agenzie di governo di Stoccolma, Göteborg e Malmö, poco dopo la promulgazione della legge, "il mercato del sesso praticamente scomparve dalle strade", anche se in seguito tornò, "benché in misura minore". A Stoccolma, il numero dei clienti comunicato dalla polizia era diminuito di quasi l'80% nel 2001. Come riferito nel 2007, gli operatori sociali a Stoccolma hanno incontrato soltanto 15 o 20 persone prostituite ogni notte, mentre ne avevano incontrate fino a 60 ogni notte prima della promulgazione della legge. A Malmö, gli operatori sociali avevano incontrato 200 donne ogni anno prima dell'approvazione della legge, ma l'anno dopo l'emanazione della legge, ne incontrarono 130 e, nel 2006, solo 70. A Göteborg i dati indicano che la prostituzione di strada è diminuita dalle 30 alle 100 persone all'anno tra il 2003 e il 2006. Nonostante la disinformazione (di cui parlerò oltre) stia diffondendo quelle che spesso sono semplici voci, secondo le quali, dopo la promulgazione della legge, si sia verificato in Svezia, rispetto ad altri Paesi, un passaggio massiccio dalla prostituzione di strada a quella in rete o esercitata al chiuso, presumibilmente prostituzione sommersa per appuntamento, nessuna informazione, evidenza empirica o ricerca di altro tipo indica che ciò sia in realtà avvenuto. Concordando con queste osservazioni, il Dipartimento Nazionale di Investigazione Criminale afferma che le intercettazioni telefoniche rivelano che i trafficanti internazionali e gli sfruttatori sono molto delusi dal mercato della prostituzione svedese. Di conseguenza, i più recenti bordelli clandestini in Svezia sono imprese relativamente piccole, nelle quali le operazioni di polizia raramente trovano più di 3 o 4 donne prostituite contemporaneamente, rispetto alle 20-60 donne comunemente inserite in certe attività criminali nel resto d'Europa. Questi trafficanti internazionali e sfruttatori evitano di gestire la prostituzione per troppo tempo in un appartamento o in altro luogo, al fine di placare i timori dei clienti di essere scoperti. Questa "necessità" di trovare "locali diversi" è stata confermata da intercettazioni telefoniche, testimonianze di donne prostituite, rapporti di polizia negli stati Baltici e in quasi tutte le indagini preliminari per accuse di lenocinio o di tratta.Inoltre, la promulgazione della legge in sé sembra aver mutato il sentimento pubblico. Nel 1996 soltanto il 45% delle donne e il 20% degli uomini in Svezia erano favorevoli alla punizione dei clienti. Nel 1999, 81% delle donne e il 70% degli uomini erano favorevoli alla punizione dei clienti; nel 2002, 83% delle donne e il 69% degli uomini erano favorevoli; e, nel 2008, il 79% delle donne e il 60% degli uomini erano favorevoli alla legge. Inoltre, il numero di uomini che, nell'ambito di un campione della popolazione nazionale, ha riferito di aver comprato sesso sembra essere sceso dal 12,7% nel 1996 (prima dell'entrata in vigore della legge) al 7,6% del 2008. Il metodo impiegato per il calcolo, basato sull'autocompilazione di un questionario, sull'anonimato e sulla stima dei reati, è stato ripetutamente dimostrato affidabile da diverse riviste scientifiche. Alla domanda sugli effetti della legge sui propri atti di acquisto di sesso, nel 2008, i rispondenti dichiaravano di non aver aumentato l'acquisto di atti sessuali, di non aver iniziato ad acquistare sesso fuori dalla Svezia e di non aver cominciato ad acquistare sesso in "forme non fisiche". [Nota della traduttrice : in rete].
Il mutamento della situazione in Svezia, dopo la promulgazione della legge, specialmente in rapporto agli Stati vicini, evidenzia il forte effetto deterrente della legge, anche se i tassi di condanna [dei clienti] non sono stati straordinariamente elevati. Le condanne sono state 10 nel 1999, 29 nel 2000, 38 nel 2001, 37 nel 2002, 72 nel 2003, 48 nel 2004, 105 nel 2005, 114 nel 2006, 85 nel 2007, 69 nel 2008, 107 nel 2009 e 326 nel 2010. Tuttavia, nel 2010 vi è stato un drammatico incremento dei reati denunciati alla polizia, dei controlli dei clienti e delle notifiche di cause - sono stati denunciati 1251 clienti - in confronto agli anni precedenti, quando il più alto numero di denunce, raggiunto nel 2005, era stato pari a 460. Nel 2010 ci sono stati anche 231 clienti denunciati per atti sessuali con ragazze (di età inferiore ai 18 anni), un reato per il quale la pena massima prevista è di due anni. Le ragioni di questo aumento nel 2010 sembrano essere dovute ai fondi speciali assegnati al Piano d'Azione del Governo contro "la prostituzione e la tratta" e a un importante caso locale di sfruttamento organizzato della prostituzione a Jämtland nella Svezia settentrionale.
In ambito internazionale, gli effetti della legge svedese sono notevoli. Gli studi indicano che con la legalizzazione si verifica un incremento della domanda di persone prostituite. Infatti, la legalizzazione sembra essere associata a una cultura nella quale la prostituzione e la coercizione sessuale sono maggiormente normalizzate. Inoltre, per soddisfare l'accresciuta domanda di prostituzione, si verifica spesso un corrispondente incremento della tratta internazionale. In Svezia, però, nel 2008 non sono stati rilevati ampi gruppi di donne straniere che si prostituiscono in modo visibile come in Norvegia, in Danimarca e in Finlandia. Questo è notevole anche in rapporto ai Paesi Bassi, dove, nel 1999, si stimava fossero di origine straniera la metà di tutte le persone che si prostituivano. In precedenza, nel 1994 e nel 1995, la polizia di Amsterdam aveva anche stimato che circa il 75% "di tutte le persone che si prostituivano dietro le vetrine nel quartiere a luci rosse: De Wallen, fosse straniera e che l'80% delle prostitute straniere si trovasse illegalmente nel Paese". Nel 2008 il New York Times riferì che , dopo la legalizzazione del 2000, la situazione si era ulteriormente aggravata. Al contrario, altri Paesi - inclusa la Norvegia, l'Islanda, e, in una certa misura, la Corea del Sud e il Regno Unito - stanno cominciando ad adottare aspetti del modello svedese. Una legge simile è stata proposta dal Governo indiano.


III Disinformazione sulla legge svedese

Sono circolate in ambito internazionale voci infondate sulla legge svedese, spesso sorprendentemente attribuite a una opinionista svedese che si occupa di prostituzione, Petra Östergren e a un suo vecchio pezzo inedito in lingua inglese. Ad esempio, la Sex Worker Education and Advocacy Taskforce (SWEAT) (= Unità di pronto intervento per la formazione e il sostegno della sex worker) ha divulgato nel 2009 le sue osservazioni critiche presso la Commissione di Riforma della legge sudafricana, ma non ha citato alcuna ricerca pubblicata in Svezia. Östergren sostiene, tra l'altro, che "tutte le autorità affermano che non vi è alcuna evidenza che la prostituzione sia complessivamente diminuita" e che "la prostituzione sommersa è probabilmente aumentata". Tuttavia, nessuno dei rapporti citati da Östergren è stato pubblicato più di due anni dopo l'entrata in vigore della legge. I dati precedenti e quelli successivi all'entrata in vigore della legge, così come i dati di confronto con gli altri Paesi Nordici, mostrano che le critiche di Östergren non sono corrette. Inoltre, Östergren sostiene che le donne che esercitano la prostituzione in strada, dopo la promulgazione della legge, hanno dovuto affrontare tempi più duri e, tra l'altro, hanno dovuto far fronte a maggiori richieste di sesso non sicuro e a un maggior numero di clienti violenti. Non stupisce che il rapporto del 2000 del Consiglio Nazionale della Sanità e del Welfare citato da Östergren, secondo l'homepage del Consiglio, "non sia più valido". Già nel 2003 il Consiglio aveva espresso dubbi riguardo tali affermazioni:

Mentre alcuni informatori parlano di una situazione di maggior rischio, pochi sono dell'opinione che si sia avuto un aumento della violenza. La polizia, che ha condotto un'indagine speciale sulla violenza, non ha trovato alcuna prova di incremento. Altre ricerche e le risposte dei nostri informatori hanno indicato entrambi l'esistenza di uno stretto collegamento tra prostituzione e violenza, indipendentemente da quale legge sia in vigore.
Inoltre, in un rapporto del 2007, il Consiglio ha osservato che le opinioni delle donne che si prostituiscono variano; ci sono alcune che preferiscono ancora la strada ai ristoranti, ai night clubs, e all' Web. Una donna ha paragonato "i contatti on line" a un "acquisto a scatola chiusa", mentre un'altra ha detto che essi rendono più difficile liberarsi di un cliente indesiderato. Benché Östergren possa aver avuto ragione nell'affermare che alcuni clienti hanno evitato di testimoniare contro i trafficanti per non essere criminalizzati, il rapporto della polizia di Göteborg afferma "di aver ricevuto dai clienti segnalazioni anonime su casi sospetti di tratta degli esseri umani". Inoltre, poche persone al di fuori della Svezia sembrano conoscere il modo in cui Östergren ha selezionato, per un'intervista, il suo campione di 20 donne prostituite cui fa frequentemente riferimento. Vi sono indizi in un libro da lei pubblicato in Svedese nel 2006, in cui Östergren dice esplicitamente di non aver contattato o intervistato "venditrici di sesso" che "avevano avuto principalmente esperienze negative nell'esercizio della prostituzione", ma di aver intenzionalmente ricercato donne che avevano avuto "esperienze completamente diverse", in quanto - afferma- era la prima volta che "venivano ascoltate in Svezia". Analogamente, la sua tesi di dottorato del 2003 riporta le interviste con 15 donne "venditrici di sesso", la maggior parte delle quali "ha una concezione positiva di quel che fa". Così, quando menziona " i colloqui informali e il carteggio con circa 20 sex workers dal 1996", nel suo articolo in inglese, si riferisce evidentemente a persone scelte perché avevano una visione positiva della prostituzione. Ovviamente, avrebbe dovuto informare i lettori che le persone con un atteggiamento critico nei confronti della prostituzione erano state escluse dalle sue interviste. Studiose come Jane Scoular hanno fatto riferimento alle "interviste di Östergren con donne che hanno raccontato di sperimentare maggiore stress e pericolo in strada" dopo l'entrata in vigore della legge del 1998, senza rilevare questa distorsione nella selezione del campione. Nel 2009 Ronald Weitzer ha citato Scoular per sostenere la tesi dell'inefficacia della legge svedese. Anche Janet Halley ed altri autori hanno citato il pezzo inedito di Östergren per supportare la tesi che la legge abbia reso la prostituzione più nascosta e pericolosa. L'ultimo rapporto di inchiesta del governo svedese, naturalmente, ha dimostrato che queste affermazioni sono prive di fondamento.
Naturalmente, vi è ancora un margine di miglioramento e la legge potrebbe - conformemente al- l'intento che la ispira - essere ulteriormente rafforzata. Finché le vittime non avranno la possibilità di abbandonare la prostituzione, il problema non sarà interamente risolto.


IV Ostacoli a un'implementazione efficace

In contrasto con il Protocollo di Palermo, in cui il consenso è esplicitamente indicato come irrilevante, la Suprema Corte Svedese, nel 2001, con un parere frettoloso costituito da sole quattro frasi, ha confermato la sentenza di un tribunale di grado inferiore che, tra l'altro, offriva un'interpretazione che, malgrado il divieto svedese di acquisto di sesso, considerava rilevante il "cosiddetto" consenso della persona che si prostituiva, suggerendo che il reato fosse primariamente un crimine contro l'ordine pubblico e non contro la persona e non riconoscendo il risarcimento dei danni alla persona prostituita. Nel Tribunale Distrettuale, è stato sostenuto che i reati diretti principalmente contro l'ordine pubblico comportano di per sé una pena inferiore rispetto a quella prevista per i reati rivolti primariamente contro le persone. Benché, in questo caso, le pene siano state lievemente aumentate in Corte d'appello, il cliente è stato solo multato. Successivamente molti funzionari di polizia e molti pubblici ministeri hanno attribuito una scarsa priorità alla legge sull'acquisto di sesso nell'assegnazione delle risorse per l' attuazione, considerando esplicitamente la maggiore o minore gravità della pena come determinante delle loro priorità. Anche se, negli ultimi tempi, a partire dal dicembre 2007, alcuni tribunali hanno assunto un atteggiamento diverso, riconoscendo alcune circostanze aggravanti come la coercizione nell'acquisto di sesso, giustificando così sanzioni più elevate, così come, in tali casi, condanne condizionali per i clienti, i tribunali, tuttavia, non hanno riconosciuto i danni effettivi alle vittime.
Tuttavia, nessuna delle condizioni od osservazioni della prostituzione recepite nelle conclusioni legislative o nella ricerca attuale attesta che il requisito della libertà richiesto per il "consenso", invocato dai tribunali di cui sopra, sia significativamente presente. Poiché sfrutta le condizioni di deprivazione e le situazioni di abuso che hanno condotto le persone a prostituirsi, l'acquisto di sesso non è una situazione cui queste persone possano legittimamente acconsentire. Sulla base della storia della legge e delle prove valutate in precedenza, l'acquisto di sesso appare primariamente come un reato contro l'umanità, l'uguaglianza e la dignità della persona comprata, un reato che è "oggettivamente dannoso per la persona in un'accezione sociale empirica". Diversi studi suggeriscono con forza che il cliente si rende conto che le persone prostituite non godono nel rapporto sessuale, sono vincolate dalla necessità economica, sono soggette a violenze e a gravi sofferenze e spesso sono sfruttate da un protettore o sono vittime della tratta, ma, nonostante ciò, continuano ad acquistare sesso. Nelle parole del disegno di legge quadro sulla violenza degli uomini contro le donne, approvato dal Parlamento svedese nel 1998, questi "uomini comuni, che spesso sono sposati o conviventi, sono coinvolti in attività del cui carattere distruttivo, soprattutto per le donne di cui acquistano le prestazioni sessuali, dovrebbero essere consapevoli". Il cliente ha, in altre parole, abusato delle condizioni di deprivazione o di abuso della persona prostituita, procurandole quindi dei danni e dovrebbe, pertanto, risarcirla. Imponendo il risarcimento dei danni al cliente si crea al contempo un'opportunità economica - lo Stato non deve provvedere al risarcimento - si facilita l'uscita dalla prostituzione della persona che la esercita, si fornisce un incentivo alla persona prostituita a testimoniare contro il cliente, un incentivo che attualmente manca.
Le decisioni dei tribunali sono state ora illustrate e interpretate, tuttavia, dall'ultima indagine del governo. Coerentemente con quanto detto qui, l'indagine del governo conclude che "l'acquisto di prestazioni sessuali...è più un reato contro la persona che un reato contro l'ordine pubblico, benché presenti i caratteri di entrambi". Inoltre la relazione afferma che: " chi è stato sfruttato da qualcuno che ha acquistato una prestazione sessuale occupa una posizione particolare rispetto ad altri che si sono sentiti offesi da un reato. Né l'offesa è di natura simile ad un'infrazione minore, tale che possa condurre alla conclusione che non vi è parte lesa". Il rapporto di inchiesta ha sottolineato con forza che " sebbene l'interesse tutelato dalla fattispecie del reato potrebbe essere, in primo luogo, l'interesse pubblico, connesso, ad esempio, alla promozione della parità tra i sessi e alla lotta contro lo sfruttamento, ciò non significa che l'interesse sia esclusivamente pubblico. Infatti, nessun tribunale ha reputato che l'interesse non possa essere, contemporaneamente, quello della persona comprata. Conseguentemente, il Parlamento è andato nella direzione indicata dal rapporto del Governo, ne ha accolto le proposte e ha convenuto che le persone che si prostituiscono possono essere riconosciute come parte lesa ai sensi del Codice di Procedura Civile, ciò che può comportare il diritto al risarcimento dei danni da parte dei clienti, sebbene il Parlamento abbia anche stabilito che deve essere effettuato in ogni caso un accertamento individuale della natura di parte lesa della persona che si prostituisce. E' degno di nota il fatto che la Commissione Parlamentare di Giustizia, in concomitanza con l'adozione di questi emendamenti nel maggio 2011, si sia trovata a dover rimarcare per iscritto che la legge vigente contempla già la possibilità di un risarcimento di determinati danni a testimoni ed altre persone colpite da un reato, che non sono tecnicamente riconosciute come parti lese. La dichiarazione potrebbe sottintendere che molti deputati sono delusi del modo in cui il sistema giudiziario fa valere il diritto delle persone prostituite ad ottenere il risarcimento dei danni.
Ci sono però problemi a rivendicare il risarcimento dei danni in questa sede. Ad esempio, i pubblici ministeri e gli avvocati pubblici della vittima sono obbligati soltanto a presentare le rivendicazioni di chi viene riconosciuto parte lesa. Il fatto che nessuna persona prostituita abbia mai ottenuto un risarcimento dei danni in seguito alla promulgazione della legge sull'acquisto di sesso indica che potrebbe essere necessario apportare un ulteriore miglioramento alla legge vigente, affinché sia effettivamente applicata in qualsiasi sede civile. Tuttavia, mettendo in risalto l'inattività di queste sedi, l'intento del legislatore è probabilmente quello di farle funzionare. In futuro, queste dichiarazioni potrebbero essere considerate come il punto di svolta che ha consentito di riconoscere il risarcimento dei danni alle persone prostituite. Inoltre, nulla vieta agli Stati di estendere l'applicazione del Protocollo di Palermo all'accusa ai clienti di favorire la tratta degli esseri umani, quando hanno rapporti sessuali con persone che sono effettivamente sfruttate da terzi, benché i lavori preparatori del Protocollo non menzionino esplicitamente i clienti. Proprio come i magnaccia abusano della vulnerabilità delle persone che si prostituiscono, così fanno i clienti quando le acquistano da terzi. In ogni caso, un cliente potrebbe già essere considerato correo , ai sensi del Protocollo. Inoltre, a differenza di un acquirente di beni di consumo, un acquirente di sesso è decisamente parte della catena della tratta "in virtù dell'acquisto della persona vittima della tratta".


Conclusione

A dispetto dei suoi attuali difetti, la legge svedese ha avuto molto successo nella riduzione della tratta, specialmente in confronto ai Paesi vicini. Alla luce degli elementi di prova di cui sopra e considerato che la prostituzione generalmente presenta i caratteri della tratta, che la legalizzazione incrementa i guadagni illeciti di soggetti terzi e che l'acquisto di sesso promuove la domanda sia per la tratta nazionale che per quella internazionale, i territori in cui soggetti terzi e clienti possono agire legalmente - come la Danimarca, la Germania, l'Olanda, la Nuova Zelanda, il Nevada e Vittoria in Australia - molto probabilmente violano il diritto internazionale. Come viene affermato nel 2006 dal relatore delle Nazioni Unite sulla tratta: "Gli Stati Parte che hanno legalizzato le imprese della prostituzione hanno una pesante responsabilità nel garantire di non aver semplicemente perpetuato la diffusa e sistematica tratta. Come attestano le condizioni attuali in tutto il mondo, gli Stati Parte che mantengono legalizzata la prostituzione, sono ben lungi dall'adempiere quest'obbligo". I responsabili politici, così come il Dipartimento di Stato degli USA, che valutano globalmente i Paesi in base al loro impegno nella lotta alla tratta, non dovrebbero collocare gli Stati che legalizzano la prostituzione e, in tal modo, favoriscono la tratta nella lista dei migliori, accanto ai Paesi che puniscono i clienti e depenalizzano le persone che si prostituiscono e che, in tal modo, scoraggiano la tratta. Molti cittadini degli Stati Uniti e di altri Paesi ora sicuramente chiedono ai loro governi che cosa stanno facendo per affrontare il chiaro nesso che sussiste fra tratta e prostituzione, come sta facendo la Svezia con la punizione dei clienti, che si è rivelata così efficace nell'eliminare tanta parte della tratta dal nostro Paese.


Testo corredato di note

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